File Pdf e poll

Si informa la gentile utenza che da oggi è disponibile il file pdf che raccoglie i post del nono capitolo. Trovate il link per scaricarlo nell’apposita sezione.

Domani, o comincerò la pubblicazione del decimo capitolo, oppure di una storia breve che ho realizzato per un concorso letterario (dove non sono arrivato neanche classificato, dunque, non aspettatevi meraviglie… :P). Ancora non ho deciso… Anzi, no!

Dittemelo voi!

1) Vogliamo che continui con il capitolo10.

2) Posta quella storia breve con il metodo dei post abituale.

3) Posta quel racconto in formato pdf direttamente e non se nè parli più.

4) Suggerite voi.

‘iao

Capitolo9: 005

“Ma allora, come si fa a curarlo?” domando Erik.

“Ancora non lo so.” Il quesito era stato semplice, ed altrettanto era stata la risposta di Elisabeth. “Non riesco nemmeno a capire se la malattia sia di natura arcana o virale.” Ammise la fanciulla.

Il silenzio scese nella stanza. Un silenzio che tutti avrebbero voluto rompere, ma che nessuno trovava modo di infrangere senza sembrare fuori luogo o superficiale. Alla fine, fu qualcuno che niente sapeva della sfortuna dell’elfo a rompere la maledizione di quel momento, bussando quasi rabbiosamente alla porta. “Aprite, in nome dell’Imperatore!”

Le reazioni a quelle parole furono assai diverse tra i presenti. Elisabeth non capiva il tono. Erik era sconsolato e si vedeva già in prigione. Tokran non reagì per nulla. Mara sembro sul punto di uccidere l’impertinente che aveva osato disturbargli, mentre il nano si alzo tranquillamente per andare ad aprire. Leliandar, invece, fu curioso.

“Ma bussare semplicemente, no eh? Non siamo sordi!” esclamo il guerriero, trovandosi davanti l’uomo dalla livrea ricamata con un motivo che gli riporto immediatamente alla mente Garrison.

“Ho ordini da parte dell’imperatore! Dovete accompagnarmi all’interno della zona di caccia immediatamente, da mastro Keronte perché vi comunichi ulteriori informazioni.” Il soldato non sembrava avere minimamente ascoltato le parole del nano.

“E questo è positivo o negativo?” volle sapere Bred. Il soldato alzo un sopraciglio, non capendo la domanda, ma non replico, se non con uno sguardo interrogativo rivolto a tutti loro.

“I cavalli sono pronti e sellati!” intervene Leliandar, sorridendo. “Mi ero aspettato che né avreste avuto bisogno quando ho visto le guardie.” Aggiunse sotto voce, prima di dirigersi verso la porta per uscire.

“Ricordi…”

L’elfo interrupe le parole della guaritrice prima ancora che potesse iniziare la frase. “Sisi! Lo so! Niente magia!” Il soldato ancora una volta alzo il sopraciglio perplesso, ma non commento. Non gli sembravano fatti connessi ai suoi compiti. Inoltre, vide uno dei presenti tornare con tre borse, di cui che lancio al nano ed ad un giovane in armatura. Una delle donne scomparve in un’altra stanza, tornando a sua volta con una logora borsa da viaggio.

Senza aggiungere una parola, né rivolgere uno sguardo a coloro che incontrava per strada, il soldato gli riporto all’ingresso dove trovarono i cavalli ad attendergli. Le altre guardie che erano state poste tutt’intorno alla locanda si mossero a riformare un gruppo compatto, che prese ad allontanarsi per conto proprio, avendo finito il proprio compito. “Positivo?” chiese Erik al nano.

“Non è detto! È un buon modo per fare abbassare la guardia…” commento il vecchio guerriero, mentre risaliva tranquillamente sul dorso dell’animale. Aveva sviluppato una certa abilità nel farlo, cosi da non dovere chiedere sempre aiuto agli altri.

Nei pochi minuti che occorse loro per seguire il soldato all’interno dell’area che sarebbe stata testimone della Caccia di Primavera, il nano ebbe comunque sentore che qualcosa stava accadendo. Era più qualcosa che coglieva istintivamente, non riuscendo a scorgere vere differenze, se non il passaggio di diversi messaggeri a cavallo che si dirigevano nella direzione opposta alla loro.

Il soldato della guardia gli guido da prima verso l’accampamento militare, deviando poi leggermente per passare ad est dello stesso, in mezzo tra questo ed i quartieri dei nobili, che si trovavano anche più a sud, puntando deciso verso alcune macchie di alberi.

Una nave passo a bassa quota, spaventando gli animali con la sua ombra, prima di allontanarsi verso est per permettere ai suoi passeggeri di scendere dalla stessa raggiungendo i loro pari grado, mentre loro proseguivano verso il riparo offerto dagli alberi.

Tokran annuso l’aria, scotendo la testa, mentre s’inoltravano in mezzo ad essi. In mezzo agli alberi, il buio era nettamente più fitto, quasi la notte fosse già giunta sotto le loro fronde, permettendo una vista scarsa in ogni direzione, fino a giungere nella parte di esso più lontana rispetto ai quartieri dei nobili.

Là, lo scriba passeggiava impazientemente nell’attesa. L’erba schiacciata indicava chiaramente quanti passi avesse compiuto in quel posto. “Vai soldato!” ordino ancora prima che si fossero fermati. L’uomo non fece domande, ma volto il cavallo per allontanarsi.

Solo quando l’uomo fu sparito alla vista lo scriba estrasse dalle vesti un rotolo di pergamena. “Se incontrate qualcuno sulla vostra strada, soldati o simili che vi chiedono qualcosa, mostratela! Il sigillo sopra dovrebbe bastare.” Dichiaro, porgendolo ad Elisabeth. “La zona che mi avete descritto è quella più a nord ovest della pianura. Non so esattamente quale, ma quasi sicuramente gli aggressori sono già penetrati in quei territori…” dichiaro, fermandosi, come se stesse riflettendo a quello che stava effettivamente dicendo.

“E noi siamo diretti lì!” completo il nano.

“Si! Non so cosa farà l’imperatore, ma mi ha detto di fornirvi tutti gli accessi necessari per compiere la vostra missione.” Confermo Keronte.

È nel suo interesse. È normale!” commento Tokran, privo di turbamento all’idea di andare a cacciarsi in mezzo ai nemici, sapendo ora che tali non sarebbero stati anche quelli che erano venuti a salvare. Lo scriba lo fisso senza parlare, diviso tra il fastidio per il modo in cui si parlava del suo signore e la fretta che gli era stata imposta nel compiere quelle azioni.

“È stato deciso qualcosa per la gente?” chiese invece Elisabeth.

Keronte scosse la testa. “Lo ignoro! Tutto ciò che so, è che mi è stato ordinato quanto vi ho detto e poi tornare dal mio signore, lasciandovi massima libertà d’azione nel compiere quanto riterrete necessario.” Annuncio, iniziando ad allontanarsi. Lo seccava dovere ripetere le stesse cose in un frangente del genere.

Erik sospiro. “Temevo ci sbattessero in prigione come dei matti…” ammise il ragazzo, ancora udibile dall’uomo che si allontanava, ignaro del suo amaro sorriso.

“Potrebbe essere peggio.” Dichiaro Mara. “Pensa a ciò che incontreremo laggiù!”

“Niente! Prima del momento dell’attacco, non incontreremo niente!” rispose il cacciatore, mentre avviava il cavallo. Avevano tutta la pianura da attraversare prima dell’alba, trovare il luogo, ed infine, se ancora avevano tempo, riposarsi un po’. Nella sua visione non sembravano avere subito precedenti attacchi. Si basava su quella.

*****

Capitolo9: 004

“Hai idea della sciocchezza che hai appena fatto?” chiese Mara non appena furono soli.

Il nano alzo le spalle. “Gli ho promesso di raccontargli tutto se fosse un moribondo.” Commento, disinteressato a quanto aveva da dire la donna.

“Allora lo hai pure fatto consciamente?” sbuffo lei. “Hai dato la tua parola, perché questo era secondo la sua gente e…” Bred sì volto verso di lei respirando pesantemente. Non s’innervosiva facilmente, ma in quel caso, stava cominciando a perdere la pazienza.

“Ti ricordo ragazzina che ho cinque volte la tua età, dunque, prima di cercare di farmi la lezione su come funziona il mondo, faresti bene a ricordartelo! Primo! Secondo; si, sono cosciente di quello che ho fatto e con o senza il tuo permesso l’avrei fatto. Tu puoi credere che siamo fortissimi perché investiti da una qualche missione dagli Dei, ma siamo mortali. Non credo che rifiutare a priori l’aiuto che ci è offerto al di fuori di noi stessi, sia cosa buona!” i due si fissarono in cagnesco per un momento, senza che nessuno si mostrasse particolarmente disposto ad abbassare lo sguardo.

“Credo che stavolta abbia ragione lei Bred.” Tokran parlo con tono laconico, di chi deve ammettere quasi a malincuore una cosa sgradita. “Sei stato avventato. Non dico che tu abbia fatto male, solo che sei stato avventato.” Preciso subito. “Non sappiamo poi molto di quell’elfo per affidargli i nostri segreti.”

“Se veramente è cosi malmesso… Ma perché lo riteniamo già moribondo di preciso?” chiese Erik, con la massima semplicità. “Elisabeth lo curerà! Non c’è bisogno di preoccuparsi.” Aggiunse.

“Ti sbagli! Gli elfi non hanno molte malattie, ma quasi tutte sono mortali nel modo più assoluto. Non esistono cure alle malattie degli elfi.” Davanti all’ingresso della locanda, visibile dalla finestra da cui il demone stava osservando la zona circostante, la gente passava più per curiosità del perché ci fossero le guardie che per reale necessità.

“Si, ma Elisabeth…” Bred non lascio il tempo al cacciatore di finire la frase.

“È umana! Può essere brava quanto vuoi, ci saranno sempre delle cose che non saprà fare.” Dichiaro. *Com’è giusto che sia del resto…* ma quest’ultimo pensiero lo tenne per se. Non trovando niente da replicare, sempre più sconsolato si lascio completamente andare sulla poltrona.

“Questo, però, non vuole dire che Leliandar non potrebbe in cambio di cure… diverse…” il tono di Mara non piacque per niente a Bred, ma c’era poco da fare. Sapeva come sarebbe proseguita la frase. Cosi come riteneva inutile cercare di fermarla. Lei avrebbe detto quello che pensava. Lo faceva sempre, senza curarsi di inimicarsi qualcuno. “…potrebbe rivelare ciò che tu vorresti dirgli!”

“Servirebbe a qualcosa se ti dicessi che non mi pare il tipo?” domando il nano ironicamente. “No, non servirebbe. Tu diffidi di tutto e tutti a modo tuo. Inoltre, lo conosco solo da poche ore, però, ricorda che non conoscevo nemmeno te che eri sospettata un incantatrice e nonostante ciò non mi pare di avere fatto poi tanti problemi ad accoglierti tra noi.” Non diede particolarmente peso a quelle parole, ma la donna si chiuse a riccio. “Questo solo per spiegarti che alle volte solo offrendo fiducia agli altri, la si può ricevere. Tu, nell’aggregarti a noi, ci hai offerto fiducia! Non è molto diverso.” Il nano aveva invertito il discorso in base alla reazione di lei, ma non sembro convincere la danzatrice.

“Scusate, ma oltre alla diatriba, informare Leliandar o meno, non credete vi siano altri problemi che sarebbe più importanti affrontare?” Nuovamente Tokran si propose quale voce della ragione, o quale paciere nella diatriba.

Mara sospiro, scotendo il capo. “E sia! E speriamo che Elisabeth possa fare qualcosa per lui, senza disperdere tutte le proprie forze come sarebbe capacissima di…” Questa volta la testa li ricade sul petto. Ormai, se cosi era, Elisabeth avrebbe già iniziato e difficilmente si sarebbe fermata senza uno scontro con loro. Di questo era sicura.

“Risolverebbe il problema del dirglielo, ma in effetti, non ci aiuterebbe per niente. Entro al fine della Caccia di Primavera ci sarà bisogno della sua abilità di guaritrice per gente che si troveranno nell’urgenza…” Il nano e la donna erano tornati ad essere d’accordo su qualcosa. “Cos’è successo con lo scriba?” domando infine, rivolgendosi al cacciatore.

“è successo che lui non può decidere niente di niente, ma solo chiedere all’imperatore. E noi siamo stati pregati di tornare qui e tenerci pronti…” sbuffo il ragazzo, fissando il soffitto. “…con tanto di guardie fuori dalla locanda come se potessimo essere noi gli attentatori…” aggiunse con un sorriso amaro.

“Bhe, ma non è cosi male!” commento il nano, ritrovando la propria allegria, almeno in superficie. “Non vi ha fatto rinchiudere come dei pazzi, no?”

“Questa, potevi anche risparmiartela!” Il demone si volto verso di loro, alzandosi dalla finestra. “Sapete, Leliandar aveva ragione! Siamo gli unici a vedere oltre la palizzata di protezione… Direttamente verso l’accampamento dei nobili…” fece, lasciando in sospeso tali parole.

Nessuno degli altri parlo, aspettando che si decidesse a completare, giacché erano certi che altro ci fosse. “E c’è un messaggero che sta correndo a rotta di collo verso di noi. Da quando siamo arrivati, non c’è mai stato qualcuno che avesse fretta da questa parti…” aggiunse. “Cavallo grigio, uniforma ed insegne della guardia personale dell’imperatore addosso. Non avrò gli occhi di Erik, ma so osservare.” Dichiaro.

“Cosa ti dicevo?” il cacciatore osservo il nano, ma non sembrava crederci.

“Non credo che alcuno tra noi abbia disfatto i bagagli, dunque, non vedo ragione di preoccuparci. Scopriremo in fretta se il nano a ragione.” Mara si sedete a sua volta. Non avendo di meglio da fare.

Elisabeth torno poco dopo. “Allora?” volle sapere Bred. Dall’espressione di Leliandar, nemmeno a lui era stato comunicato il responso.

“Allora, non so…” rispose la fanciulla. “Non ho mai visto niente di simile, né immaginavo che fosse possibile una malattia del genere.” La spiegazione a suo modo era stata chiara nell’esprimere il fatto che brancolasse nel buio.

“Cioè, non sai se sei in grado di curarmi e di conseguenza non sei in grado di esprimere un giudizio se i tuoi compagni debbano o meno raccontarmi la vostra vicenda.” L’elfo sorrise bonariamente. Non si era fatto molte speranze.

“Dipende quanto lei intenda impegnarsi in quello che sto per chiederle!” replico la ragazza. Il locandiere alzo un sopraciglio perplesso, invitandola con un gesto della mano a proseguire. “Lei non deve più fare ricorso alla magia! A nessuna, nemmeno la più piccola! È quello che la sta uccidendo!” Nella stanza scese un silenzio tombale.

Lo stesso Leliandar sembro avere delle difficoltà a mandare giù il boccone. “Credo di non avere capito…”

Elisabeth sospiro. “Evitando di farle una lezione di magia, dove probabilmente né saprà più di me, sarà certamente a conoscenza del fatto che la magia è la capacità di usare l’energia che compone la realtà alterando la stessa. Questa è la base della magia, poiché tutti noi siamo parte della realtà, tutti abbiamo questa possibilità. Il problema, è che proprio il suo legame con la realtà viene meno ogni volta che usa la magia. Lei non sta morendo, sta uscendo da questo piano di esistenza per una qualche ragione che io non riesco a capire. Solo che il suo corpo non è fatto per simili passaggi ed è questo ad ucciderla.”

Erik e Bred si lanciarono un occhiata, mentre Tokran e Mara continuarono a fissare Elisabeth. Chiaramente la cosa gli sembrava assurda. La rossa si volto verso di loro, prima di tornare a fissare il locandiere. Questo si porto la mano al volto, ad indicarne lo stato. “I-io… non capisco…” era stato da un numero enorme di cerusici e guaritrici di vario genere, ma nessuno di loro aveva mai chiamato in causa una simile possibilità. “…la magia elementale che pratico non ha mai ucciso nessuno suo utilizzatore…”

Elisabeth sospiro. “Non è la magia ad ucciderla. Sono i suoi contro-effetti! Lei usa principalmente le arti della terra…” dichiaro, con un tono che chiedeva un ammissione da parte dell’altro. “…e questo la porta a muoversi inconsciamente tra i vari piani dell’esistenza per manipolare li elementali della terra…” la ragazza alzo una mano, passandola sulla pelle dell’elfo, ritirandola con un misto di sangue e piccoli elementi scuri. “…anche senza usare la magia dovrebbe essere in grado di riconoscere…” la ragazza gli mostro il dito.

“Il mio sangue con dei minerali dentro…” sospiro lui. “…ogni volta né fondo un po’ con me…”

Lei confermo con un ceno del capo. “Il problema a questo punto è scoprire il perché questo accade, ma per quello mi occorre del tempo.” Spiego lei.

Il volto di Leliandar si rabbuio. “Ehy, non prendertela troppo con gli altri guaritori. Elisabeth è una spanna…” L’espressione che il locandiere offri a Bred lo fece zittire, cosa non semplice. Ormai, nemmeno gli sguardi neri più assassini di Mara non ci riuscivano più.

“Perdonami amico nano…” espresse poi l’elfo dopo un momento a ricuperare la calma. “Non ce l’ho con i guaritori che mi hanno visitato, ma con quelli della mia gente. Loro certamente sapevano! Si sono limitati a dirmi, vai per la tua strada e vivi il mondo sapendo che questo mi avrebbe accorciato la vita.” Commento egli, acido. “Quanto tempo se continuo ad usare la magia e quanto senza?” chiese poi.

Elisabeth scosse la testa. “Con un esame cosi superficiale, non sono in grado di dirlo. Non più di qualche mese nel primo caso, non più di un paio di anni nel secondo senza cure adatte, sempre che esse siano possibili…”

“Scusa, ma non è possibile estrarre la terra e curare i danni?” domando Erik, proponendo di fare una cosa non dissimile da quanto fatto con la madre di Elisabeth.

“No, purtroppo, in questo caso, la magia fa si che i corpi estranei siano legati al corpo, facendoli risultare come naturali. Se cercassi di fare una cosa del genere, la morte sarebbe immediata!”

Capitolo9: 003

Lo scriba torno a sedersi, osservandolo con attenzione come se volesse decidere, ma non fosse sicuro. L’uomo chiuse gli occhi, estraniandosi al mondo lasciando i due giovani a fissarlo e scambiarsi sguardi nell’attesa di qualche sua parola. “Uomini lucertola…” sussurro lo scriba, respirando profondamente. “…perché?”

Anche Erik ed i suoi compagni se lo erano chiesti, più e più volte, trovando sempre una parete d’ignoranza a separargli dalla risposta a quel quesito. Keronte riporto nuovamente lo sguardo su di loro, ma non disse una parola. Gli guardava, ma senza vedergli. Non era lì con la mente, portando ulteriore disagio nei due giovani.

“La caccia non sarà annullata, qualsiasi cosa io dica… L’imperatore mi ascolterebbe certamente, ma non gli altri nobili.” Commento infine, alzandosi e dirigendosi verso l’ingresso della tenda, scostandone un lembo per osservare quanto avveniva fuori, il viavai di persone ed animali. La sua tenda si trovava in una zona relativamente tranquilla. Lo scriba noto con la coda dell’occhio uno degli uomini della guardia imperiale, uno di quelli che, nascosti, proteggevano lo scriba ed i documenti in suo possesso ad insaputa di tutti. Alle volte trovava seccante la loro presenza, ma non quel giorno.

“Dovrò parlare con l’imperatore…” disse infine, voltandosi verso di loro, apparentemente non avendo ancora deciso niente. Lo scriba sollevo una mano a bloccare le parole in bocca ad Erik. “Sono solo uno scriba e ci sono limiti che non posso travalicare.” Spiego. “Tornate alla locanda e tenete pronti i vostri bagagli, nel caso foste chiamati.” Aggiunse, aprendo la tenda.

L’invito ad andarsene era evidente. Il colloquio era finito. “Proverete almeno a fare qualcosa per la gente?” tento comunque, Elisabeth.

“Questa decisione non spetta a me… Mi dispiace.” Replico lo scriba facendo un gesto per chiamare uno dei garzoni. “Vai a chiamare una portantina per…”

“Preferirei andare a piedi se per lei è lo stesso…” intervene la rossa.

Keronte l’osservo per un istante perplesso prima di sorridere. “Tale quale a come Connery ti ha descritta…” disse, prendendogli la mano per un istante.

“State bene?” chiese lei, notando il viso diventato più pallido e contratto in una leggera smorfia di dolore.

“Non è niente bambina. Sono cose che mi capitano alle volte…” disse, senza convincere nel modo più assoluto la guaritrice. Aveva avvertito qualcosa che non andava, ma non avrebbe saputo dire cosa. Eppure, la sensazione si ripresento quando lo scriba strinse la mano ad Erik, salutandolo. “…farò quanto in mio potere…” assicuro.

I due aspettarono di essere lontano per parlare, solo per scoprire un drappello di guardie che si presento attorno a loro. “Lord Keronte ci ha chiesto di assicurarci che tornaste alla locanda senza fastidi alcuno.” Dichiaro il capitano, privo di interesse per il compito o per loro.

*Forse Elisabeth non ha avuto una grande idea…* si disse il cacciatore. La richiesta della fanciulla poteva essere stata fraintesa come una volontà di non proseguire fino alla barriera, ma di andarsene all’interno del territorio di caccia. Una serie di dubbi simili continuarono ad assalire il giovane, mentre ripercorrevano indietro la strada verso il villaggio itinerante.

Ripensava alle parole dello scriba, cercandovi speranza, ma la sua mente si soffermava su altre cose. *Ha detto che Elisabeth avrebbe superato Connery…* eppure proprio una di queste gli fece vedere un balurme di speranza. *… e lui riuscirebbe a stendere questi uomini senza problemi… sempre che lo scriba sia conscio di quest’abilità da parte di Connery…* dovete pensare un attimo dopo.

I soldati gli accompagnarono oltre l’ingresso nella barriera arcana, fino alla locanda stessa, ponendo altri dubbi al cacciatore. Pensieri tetri che ben poco avevano di piacevoli. Leliandar gli accolse gioviale. “Vi porto su qualcosa?” La rossa volle solo del tè mentre Erik decise di accontentarsi di quanto avrebbe trovato su, sperando che ci fosse qualcosa di forte da bere.

“È andato malissimo!” dichiaro entrando nelle stanze a loro riservate. Non lascio nemmeno il tempo agli altri di chiederlo. Scoprì che non c’era quasi più niente da bere, ma si lascio cadere su una poltrona, incredibilmente stanco, considerando che poco aveva fatto in quel giorno. Il pomeriggio stava già giungendo alla fine, ma niente avrebbero potuto fare.

Quando Mara guardo verso di lei, anche Elisabeth scosse la testa. “Non so… credo ci abbia anche creduti… ma non so se possa realmente fare qualcosa…” dichiaro lei, meno categorica del giovane.

L’elfo giunse pochi istanti dopo con il tè richiesto dalla guaritrice. “è successo qualcosa?” domando il locandiere, notando le loro facce lunghe. “Lo chiedo perché ora ci sono guardie che controllano chiunque entri nella mia locanda e né vorrei sapere il perché…” dichiaro egli.

“E non chi esce?” si preoccupo di informarsi Mara. L’elfo scosse la testa negativamente. “Allora non so dirle se sia un bene o un male…” commento la danzatrice.

“Controllano qualcosa in particolare?” volle sapere Bred.

“Se i miei clienti hanno armi e la loro specie. Come se la cosa avesse tutta quest’importanza!” sbuffo il locandiere, prima di tornare a guardargli. “Non avete risposto alla mia domanda. Perché ciò accade? Desidero saperlo.” Il tono era allegro, in contrasto con le espressioni dei presenti.

“Leliandar, capiamo il suo desiderio…” affermo Elisabeth, prima di sfiorarlo involontariamente, ritraendosi di colpo. “Ma lei sta male!” esclamo la fanciulla, osservandolo.

L’elfo alzo le spalle. “Abbastanza da non temere molte conseguenze…” in quelle parole c’era accettazione del proprio fatto, come se ormai fosse da molto tempo che aspettava che la propria malattia facesse il suo corso. Una fine che, dalle sue parole, si poteva intuire come definitiva anche per l’elfo.

“Ehy! Orecchie a punta, Elisabeth è una gran guaritrice!” intervene Bred, non gradendo questa reazione di fronte alla malattia. “è molto più brava di quanto lei stessa non ammetta! Anzi, questo è il gruppo di quelli che non riconoscono le proprie capacità!” commento allegro, senza guardare qualcuno in particolare. “Magari, lasciala darti un occhiata…” suggerì infine.

Leliandar sorrise alla rossa. “Non è da parte mia che incontrerà opposizione, ma qual ora non fosse in grado di curarmi, mi racconterete cosa vi porta qui?” chiese all’indirizzo di tutti.

“Certo!” Bred parlo ancora prima che gli altri potessero reagire. Mara lo fulmino, mentre Erik sospettava un qualche trabocchetto.

“Allora sia!” acconsenti il locandiere, invitando la guaritrice a scegliere lei dove visitarlo. Questa lo porto in quella che era la stanza dove lei e Mara avrebbero dormito, chiudendo la porta alle proprie spalle.

Capitolo9: 002

L’odore di carta ed inchiostro assalirono le narici di Erik, non appena fu all’interno. Per quanto fosse pieno giorno, diverse candele illuminavano l’interno della tenda, concedendo in questo la massima leggibilità delle pergamene. Eccetto un letto posto in fondo alla grande tenda, quasi tutto lo spazio era occupato da una scrivania e da un mobile ove riporre i documenti.

L’atteggiamento di Keronte cambio in modo drastico non appena furono all’interno. “Mia cara, ho finalmente il piacere di conoscerti di persona!” sorrise all’indirizzo di Elisabeth, facendo un passo in avanti per accoglierla con calore in un abbraccio. “Il tuo maestro mi ha spesso parlato di te nelle sue lettere e della tua bravura. Sei fonte di grande orgoglio per lui.” Sorrise lui, cordiale. Un sorriso che illumino il volto dell’uomo marcando le rughe d’espressione. Doveva sorridere spesso perché erano quelle maggiormente presente sulla sua faccia. I capelli ormai grigi per l’età non toglievano vitalità, ma contrastavano con la pelle abbronzata, molto più di quella che il cacciatore si sarebbe aspettato da un uomo che passava il suo tempo sulle pergamene e sui libri.

Il cacciatore non capì questo cambio di atteggiamento, cosi osservo la reazione di Elisabeth. Sembrava più che altro in imbarazzo. “La ringrazio.” Si limito a rispondere questa.

“E tu, devi essere lo straordinario arciere che ha fatto quel tiro da trecento metri…” dichiaro, voltandosi verso Erik con un profondo inchino del capo, a mostrare rispetto a chi aveva compiuto simile impresa. “…è un onore conoscerti.” Affermo, porgendo la mano ad Erik, che senza togliersi il guanto che proteggeva la mano, gliela stringere senza esitazione. L’uomo storse per un attimo le labbra, ma non commento. “Mi è stato comunicato che avete un messaggio per me da Connery. Deve essere importante se ha mandato voi e non un comune corriere.” Dichiaro

“A dire il vero, ignoriamo il contenuto della lettera, anche se possiamo avere qualche idea in merito…” replico lei, estraendo la stessa dallo scrigno dove teneva tutte le sue cose, quello scrigno che Keronte aveva evidentemente riconosciuto, per poi porgergliela.

“Allora l’hai superato…” dichiaro l’uomo dell’impero, osservando ancora per un istante il cofanetto quasi con meraviglia, prima di fare un’espressione contrita. “Sono un pessimo ospite. Ricevo quasi sempre solo soldati che mi presentano rapporti… Sedetevi. Volete qualcosa?” offri dopo avere indicato una copia di sedie di legno.

I due si sedettero rifiutando l’offerta, prima che lo scriba si sedesse dietro la scrivania per leggere la lettera. “Cosa intendeva prima…” lo sguardo della ragazza andava da Keronte al dono di Connery.

“Un giorno, il tuo maestro ha detto che te l’avrebbe regalato…” dichiaro, indicando lo scrigno. “…il giorno in cui tu saresti diventata più brava di lui. Non avermene a male, ma ho creduto che questo non sarebbe mai accaduto. Non pensavo potesse esistere un guaritore più bravo del tuo maestro…” dichiaro con un sorriso, mentre pronunciava una parola all’indirizzo della pergamena. Non era la prima volta che Connery gli mandava una lettera speciale. Il sigillo di cera si sciolse senza che nessun calore fosse impiegato, confermando l’origine della missiva.

Le sopraciglia dello scriba si sollevarono all’inizio della missiva, fino a quando sì suoi occhi non si sgranarono del tutto, sollevandosi dalla missiva ai due davanti per tornare alla stessa lettera un attimo dopo. Non sembrava credere alle parole che vi erano scritte. “È… Corrisponde al vero? Siete veramente… i paladini di MadreLuna?” chiese. Elisabeth scosse la testa, indicando poi Erik.

Keronte sembro letteralmente sprofondare sulla propria sedia, respirando un paio di volte prima di raddrizzarsi. Era abituato a conoscere ogni evento dell’impero, positivo o negativo che fosse. Spesso gli capitava di dovere prendere egli stesso delle decisioni che avrebbero messo in gioco delle vite. Aveva imparato ad affrontare imprevisto di una certa portata. “In questa lettera, Connery mi chiede di fornirvi tutto l’aiuto che mi sarà possibile…” annuncio, lasciando poi le parole in sospeso.

Elisabeth si fece piccola, facendo un segno ad Erik di parlare. In fondo, era lui ad avere ricevuto l’incarico di proteggere l’imperatore, era a lui che la visione era stata affidata. Il ragazzo si senti molto stupido mentre spiegava quanto aveva visto nella visione. Temeva di essere preso per pazzo e che l’aiuto che gli sarebbe stato offerto, sarebbe stato quello di un ospizio per i folli.

Keronte non rise, né si distrasse un istante ascoltando ogni parola, ma tenendo per se le proprie domande. “Togliti i guanti!” ordino perentorio. Erik non capì, ma fece quanto gli veniva richiesto, mentre lo scriba si alzava per osservarne il palmo.

Lo scriba non disse una sola parola, mentre tornava a sedersi dopo avere osservato le mani del giovane. “C’è verità in quello che dicci.” Annuncio. Elisabeth ed Erik si guardarono per un attimo pensando la stessa cosa. “Nono, non leggo le mani, o i tracciati su di esse come quelle sedicenti veggenti delle fiere!” ridacchio l’uomo. “Diciamo che ho i miei modi per sapere se qualcuno mente.” Affermo.

“Parlami ancora della tua visione, in particolare della geografia…” richiese poi, alzandosi per prendere una mappa della zona in cui si trovavano, togliendo quanto si trovava sul tavolo per poterla distendere.

Erik esito un istante. “Non avveniva al centro della pianura, ma su uno dei lati, perché le montagne non erano molto distanti.” Spiego, osservando la mappa di Orian dall’alto. “Eravamo su due collinette… Quella su cui si trovava l’imperatore aveva pochi alberi, ma grossi… Antichi direi.”

Lo scriva prese un pezzo di legno che intrise in un liquido nerastro diverso dall’inchiostro, ma ugualmente nero, indicando una serie di punti della mappa, tutti vicino al bordo della stessa. “Altro?” chiese.

“Noi, invece, eravamo al limite di un boschetto, composto da alberi più giovani…” Erik esito un istante, mentre cercava di ricordare i particolari. “il sole era abbastanza alto, dunque, direi che era mezzo giorno… Ma questo non mi permette di dire in quale direzione cardinale stessimo guardando…”

“Muschio?” suggerì lo scriba, ricevendo un ceno negativo dal cacciatore. Non né aveva visto, e nemmeno rivivendo nella propria mente la visione, né scorse. “Hai detto di avere sentito i cani ed i corni. Sapresti descrivermi le direzioni da qui provenivano rispetto a voi… ” il volto del ragazzo espresse tutto il suo dubbio. “…mettiamo che tu guardassi verso nord e ti trovassi al centro di un ipotetica stella dei punti cardinali… Prova a dirmi da dove arrivavano i rumori maggiori. Davanti? Dietro? Ai lati?”

“Dietro e sul mio lato destro.” Erik non ebbe esitazione. Keronte in risposta indico una concentrazione di punti sulla mappa.

“Stavi guardando verso Nord per davvero. I territori di caccia di ogni nobile sono già stati definiti. Solo quelli dell’imperatore verranno decisi da lui stesso solo all’ultimo momento.” Spiego lo scriba. “Questo vuole dire che vi trovavate nella zona Nord Ovest della pianura…” aggiunse, sospirando. “C’è nient’altro che ti salti agli occhi? Una pietra? La forma di una montagna… qualsiasi cosa…”

Il giovane sospiro, calandosi nuovamente nella visione. Non aveva fatto caso a dettagli simili le volte precedenti, ma nemmeno rivivendo per l’ennesima volta la visione, gli si rivelo un qualche dettaglio importante. Alla fine, scosse la testa. “No, mi spiace.” Dovete dire. Non c’era nient’altro che potesse dire.

“Merda” Wall

Come indicato nella descrizione, questo blog si occupa principalmente della pubblicazione di novel, scritti ed assimilabili… Ma anche, ogni tanto di news e di sfogi del suo autore. Ed è uno di questi ultimi quello che avete davanti.

Frequentendo facebook, mi sono imbattuto in questo link al blog di Beppe Grillo, che a sua volta commenta un intervista pubblicato sul sito della Repubblica. Ora, di solito non lego nessuno dei due, ma per curiosità ci sono andato. Non sono un fan di Beppe Grillo. Non capisco metà delle sue battute, ma qui non si tratta di ridere, ma di piangere, oppure di incavolarsi.

Questo decreto legge sarebbe anche passato ormai. Al punto che se volessi dire all’onorevole (ho dimenticato le virgolette?) quello che penso, verrrei oscurato. Si chiamava liberta d’espressione.

è ovvio che non apprezzo chi ineggia agli stupri di gruppo o simile (schizati maledetti! A no! Questo, nemmeno, posso più dirlo in base a quel decreto…) e credo che gente cosi andrebbe oscurata (oltre che fatta visitare da un psichiatra, perché bisogna essere malati di mente per sparare simili minchiate…), ma quello che viene accennato in questa proposta è fuori dal mondo.

Senatore, faccia un piacere a se stesso ed agli altri. La prossima che va a pranzo, non prenda la macchina e ci vada a piedi. Ascolti il modo di parlare della gente per strada. Dare dello stupido a qualcuno è l’utilizzo di un aggettivo, esattamente come lo sarebbe definire Elisa Dushku bella. Sempre dell’utilizzo di un aggettivo si tratta. Certo più gradevole nel caso della signorina, ma qualcuno (il cui nome all’istante mi sfugge…ma mi pare fosse Voltair) disse. “Un gatto è un gatto, chiamiamolo gatto!”

Se considero qualcuno un imbeccile, lo chiamo imbeccile, non per insultarlo, ma per fare un corretto utilizzo delle parole. Il linguaggio nel corso degli anni si evolve continuamente, ma la legge in questo caso non la seguito, ponendo come soggettivo la valutazione delle parole. Posso io stesso considerarlo un linguaggio scurile che raramente uso, ma questo perché sono io, me medesimo. Altri lo useranno maggiormente perché questo è il loro modo di esprimersi. Il linguaggio, cosi come l’abbigliamento è espressione del carattere di una persona e limitarlo sarebbe… è un aggressione alla libertà d’espressione (questa l’ho già chiamata in causa…).

Altro esempio. Lei senatore (si, sono perfettamente conscio che non leggerà mai queste righe, ma mi viene facile scriverlo cosi il post) accena al fatto che facebook oscuri le donne che allattano. Non le è mai venuto in mente che la cosa potesse offedere il pudore di altre persone? Lo dico, perché si, ci sono persone che si trovano a disagio nell’assistere ad una scena del genere, ritenendola un evento privato, oppure trovando in esso una componenete sessuale (O.o bha…), o semplicemente una mancanza di educazione, o altro ancora. Sono opinioni soggettive che non si basano su una legge (almeno che io sappia…), cosi come cosa sia una parolaccia o meno.

Se qualcuno arriva su questo blog e mi da del cretino perché perdo il mio tempo a scriverlo, semplicemente, per me, esprime un suo parere. Non me nè sentirei insultato (nemmeno gli presterei attenzione se non spiega le ragioni per cui mi ritiene tale…) e lo lascerei li, non degnandolo di attenzione. Dovrei venire oscurato solo per non avere sprecato il mio tempo per qualcuno che non nè vale la pena?

Piuttosto, perché non fatte si che alcune convenzioni internazionali firmate dall’Italia non vengano applicata, come quella che vi OBBLIGHEREBBE ad introdure nel codice penale il reato di Tortura… perché, cari voi che leggete, la tortura in Italia, non è punibile per legge (G8 di Genova, vi ricorda niente?). La cito solo come esempio! Si potrebbe fare una lista lunga come… una canna da pesca di altre leggi da rivedere ben più urgenti di questa “cosa”. La sicurezza della pena per chi è condannato… Processi che non durino 20 anni… Il conflitto d’interesse… ecceccecc…

Comunque, per completezza, visto come vengono chiamati in causa, l’assocciazione nazionale vittime della mafia chiarisce il proprio punto di vista qui in merito a come la vedono.

Io mi fermo qui. Non voglio lasciarmi andare a troppi commenti personali, anche perché ho sempre cercato di evitare la politica in rete. Mi basta quello che vedo in giro a schifarmi.

Ps. Anche il titolo è ripreso dal blog di Beppe Grillo. Qual ora infastidisse qualcuno che lo abbia usato anch’io, basta che lo dica…

Capitolo9: 001

Bussarono leggermente alla porta di quello che era un vero e proprio salotto privato. Bred non si era aspettato un simile lusso da stanze che erano state fatte crescere con la magia. Certo il nano avrebbe preferito pareti di solida pietra rispetto al legno che componeva apparentemente ogni base dell’ambiente o dei mobili. Persino le vasche da bagno, per quanto apparentemente composte di un unico pezzo, erano di legno liscio e scuro.

Dopo essere stato fatto entrare, alcuni garzoni portarono sul tavolo il pranzo che era stato richiesto dal nano, che si strofinava le mani, soddisfatto dell’odore. I due giovani rimasero un istante a fissare Erik quando questo entro, rivolgendogli sguardi deferenti, mentre si allontanavano. “Ma che gli è preso?” chiese il giovane.

“E lo chiedi pure?” il nano stava valutando quanto era stato loro portato. C’era anche più di quanto da lui ordinato. Leliander aveva saputo prima ancora di Bred dell’impressa compiuta dal cacciatore. Né era stato più che soddisfatto. Anzi, felicissimo. Risultava che lui e Tallahas non fossero grandi amici. L’oste sembrava conoscere abbastanza bene l’altro arciere, da poterlo definire un rospo che si gonfiava per assomigliare ad un drago.

“Si, ma era solo un tiro con l’arco. Scommetto che a breve qualcun altro farà di meglio…” commento il giovane, mentre ripassava il panno che aveva usato per asciugarsi i capelli sugli stessi.

“Se lo dicci tu…” Tokran lancio uno sguardo verso la porta della stanza delle due donne. “La carne sta raffreddando!” rivolse loro.

“Ma come? Avete già finito il vostro di bagno?” Quale delle due donne avesse parlato, difficile dirlo.

“Noi iniziamo!” fu la replica del licantropo, mentre si serviva di carne in modo quasi esclusivo, andando poi a mettersi vicino alla finestra, per osservare l’esterno. Se il lupo era stato monotematico nella sua alimentazione, non altrettanto fu per gli altri due, seppure loro piluccarono nell’attesa delle due donne.

Avevano quasi finito di mangiare quando qualcuno busso nuovamente alla porta. “Milady. Mi chiamo Conrad, sono un messaggero dello scriba Keronte.” Si presento un adolescente che aveva fatto scorrere il proprio sguardo sui presenti. “Sono venuto con una portantina per accompagnarla dal mio signore.” Aggiunse con un inchino. La risposta dello scriba non si era fatta attendere a quanto pareva. “è invitato anche la sua guardia del corpo, Erik Lorez.” Il paggio non aveva mostrato particolare interesse per la comunicazione precedente, ma ora, il suo sguardo percorse i presenti, cercando di individuare quale tra loro potesse essere il giovane.

“Lady Elisabeth ha bisogno di un momento per prepararsi.” Intervene Mara, offrendo un tacito invito al paggio ad uscire dalla stanza. Questo non fece discussioni. Era abituato a ricevere simile trattamento ed a dovere aspettare davanti a porte del genere per un tempo che variava da pochi minuti a diverse ore.

Questa volta l’attesa duro pochissimo tempo. La rossa che aveva individuato precedentemente, rivolgendo un nuovo inchino alla stessa. Poi, osservo chi la seguiva. Poco prima aveva visto Erik, ma senza l’armatura gli era sembrato quasi che fosse un suo coetaneo. Aveva creduto che l’arciere fosse colui che se né stava in disparte alla finestra, ad osservare fuori con disinteresse per quanto avveniva all’interno. “Da questa parte…” gli invito, scendendo.

Davanti alla locanda una portantina di legno sostenuta da due assi di legno gemelle l’aspettava con una porta aperta per lasciarla accomodare. Quattro soldati nettamente più grossi di Erik sollevarono il mezzo di trasporto portandosela in spalla, una volta che lei si fosse accomodata, mentre il giovane le camminava accanto, preceduto dal paggio.

“Non mi sento a mio agio ad essere portata in questo modo…” dichiaro la guaritrice mentre oltrepassavano le guardie che impedivano l’accesso alla zona di caccia. “…mi sembra quasi di umiliare quegli uomini…” aggiunse.

Erik sollevo le spalle a comunicarle che non avrebbe saputo cosa risponderle. Si sarebbe sentito cosi anche lui a dovere stare nella sua posizione. Non importava dei cuscini, del velluto o del modo in cui la gente guardava la portantina passare. Anzi, quest’ultimo elemento era forse quello che peggiorava di più le cose.

Nemmeno lui si sentiva molto a suo agio nella propria posizione. Era abituato a guardare la nobile in faccia, entrambi a cavallo. Provava un certo fastidio in quel cambio di posizione, nell’essere ricacciato al rango di servitore. Proprio lui che spesso non si considerava al proprio posto in mezzo ai nobili.

La zona di prateria che separava la barriera arcana ed il campo dov’erano stati innalzate le tende del seguito militare dei nobili fu attraversato dopo oltre una decina di minuti di cammino. Durante il tragitto erano passati vicino al campo d’atterraggio delle navi volanti, potendo osservarle più da vicino. La descrizione che aveva ricevuto Erik non discordava molto dalla realtà. Sembravano barche con le ali, sovrastate da un otre piena. Ogni una di esse mostrava le insegne del casato cui appartenevano, del nobile che avevano accompagnato in quei luoghi, in modo non dissimile da quello dei cari che avevano scorto al villaggio itinerante. Il giovane si sorprese delle dimensioni di alcune di esse, comprendendo perché Bred gli avesse assicurato che potevano anche trasportare truppe. Ve n’era una di dimensioni tali che avrebbe potuto tranquillamente ospitare un piccolo villaggio, per quanto né poteva vedere il cacciatore.

Dovete affrettarsi a seguire la portantina, che era proseguita oltre, mentre a sua volta Elisabeth aveva osservato stupefatta le varie imbarcazioni presenti. Le linee affusolate di alcune, in contrasto con la durezza delle forme di altre. Non differentemente dal suo accompagnatore, anche lei si chiese come funzionassero, come oggetti cosi pesanti potessero sollevarsi in quel modo dal suolo, a cosa potessero servire quelle ali sui fianchi delle imbarcazioni? Sospettava che avessero funzioni non dissimile di quella che avevano per gli uccelli, sbagliando di poco laddove a sollevare le imbarcazioni era il calore arcano incanalato nei palloni sopra alle navi, mentre le ali servivano per offrire forza propulsiva grazie ad un particolare sistema di scritture che relazionavano le ali con l’aria stessa. Le ali si aprivano come una tapparella ed in misura di quanti scompartiti si aprivano la nave poteva viaggiare più o meno velocemente. Lo stesso sistema era adoperato per dirigere la nave.

“Ecco Keronte!” dichiaro Erik senza la minima esitazione quando scorse l’uomo fuori da una tenda. Indossava una tunica rossa bordata d’argento, insieme ricca nei materiali e semplice nella sua confezione. Non vi erano orpelli inutile nel vestito. Solo un medaglione che pendeva da una catena, anch’essa d’argento, indicava il suo ruolo ed il suo grado. Stava discutendo con un giovane soldato che mando via non appena scorse l’avvicinarsi della portantina.

Il viso dell’uomo sembrava corrucciato, quasi non fosse felice di vedergli arrivare. Non si mosse minimamente finche la portantina non fu nuovamente a terra ed Erik non aprì la porta alla nobile. Questa scese dal mezzo con soddisfazione. Stava cominciando pure a rimpiangere di avere mangiato. Aveva un leggero colorito verdastro. “Grazie!” dichiaro ai portatori. Non doveva accadere spesso che venissero ringraziati, perché i quattro uomini sorrisero di rimando.

“Venite dentro.” Intervene freddamente lo scriba precedendogli all’interno della tenda, il cui ingresso era presidiato da un unico soldato.

News

Salve!

Con questo titolo originalissimo per il post vi annuncio un paio di novità.

Roba da niente, ma che segnalo per completezza.

L’annunciato file pdf del Capitolo8 è disponibile con solo 24 ore di ritardo su quanto annunciato… sigh… con solo… non serve che mi mandiate a quel paese, ci sto già andando per conto mio, grazie!

L’aggiunta di due nuovi blog nel blogroll:

Questo piccolo grande bonzai, blog dedicato al Giappone, alla sua cultura, alla lingua, curiosità, animazione, manga, cuscina (sbavate pure, che ci sono sempre foto che sono una tortura per le buone forchette… ç_ç) e quant’altro…

Desktop Tales: un blog di strisce umoristiche che seguo in silenzio da un pò, ma ridere fa sempre bene. Consigliato ai Macuser. Anche i PcUser dotati di senso dell’umorismo possono andarci tranquillamente (infatti, lo frequento anch’io). Raccomandato a tutti quelli che non amano i programmi microsoft in generale. 😀

Per oggi è tutto.

Ciriciao

Capitolo8: 005

Questo la poneva di fronte ad una sfida. Non l’avrebbe mai ammesso con le consorelle e difficilmente lo avrebbe ammesso anche solo con se stessa, ma provava un brivido di piacere nell’incontrare difficoltà. La faceva sentire viva e questo non era confacente al suo ruolo. A quello che sarebbe dovuto essere, a quello che sarebbe potuto essere.

*Concentrati!* si disse, mentre osservava le strade in contrabbasso, dove poca gente s’intravedeva. La notte non era delle più calde ed il giorno dopo sarebbe stato una giornata di lavoro come altre. La gente era andata a riposarsi, laddove solo al porto non era cessata l’attività, quasi le navi salpassero a qualsiasi ora della notte e del giorno.

Lei percorse le strade in discesa verso il mare, passando in silenzio in mezzo alle abitazioni. Ogni tanto avvertiva brandelli di conversazione, ma non ci badava. Non lo faceva più da anni. La sua preda era passata da quella stessa strada poche ore prima. Né avvertiva l’essenza nell’aria, ma era difficile. Si confondeva con quella di molti altri, gente del posto o di passaggio.

Era ormai prossima alle banchine quando avverti nuovamente il moltiplicarsi delle tracce da seguire. *Di nuovo!* penso con una nota di disprezzo e di disperazione. Era stufa di correre dietro gli spettri. Il monaco non aveva evocato quelle immagini illusorie per quasi l’intera giornata. Aveva sperato che avesse esaurito le scorte della polvere con cui li creava, ma si era sbagliata, oppure lui né aveva tenuto una manciata a posta per quell’ultima illusione.

*Punterà alla prima nave in partenza oppure…* trovarsi nel dubbio non gli piaceva. Gli avevano insegnato a non avere dubbi, ma solo a riflettere in fretta sugli elementi a sua disposizione. Il problema era la mancanza d’elementi a sua disposizione.

Nella nebbia davanti a lei, traccio un piccolo simbolo con un gesto della mano destra ed immediatamente comparvero immagini sbiadite dei fantasmi creati dal monaco, che seguitavano le scie lasciate dagli stessi, dividendosi in due sole direzioni. Due scie erano andate a sud ed altre due a nord. Tra loro c’era anche il monaco e la veggente.

Non aveva idea del perché le consorelle volessero che lei portasse indietro la bambina viva. Non era una cosa che capitava spesso, anzi. Non gli era mai stato chiesto di riportare indietro qualcuno vivo. Sembrava quasi blasfemo, almeno secondo i precetti della sorellanza.

*Destra o sinistra? Dove sei andato monaco? Dov’è la nave che vuoi usare?* si domando la donna, finche dalla nebbia non senti delle voci, due uomini. “Da dove parte la prossima nave per Alcor?” chiese a bruciapelo ai due.

Erano uomini del porto. La guardarono stupiti per un secondo, rimasti sorpresi di averla notata solo all’ultimo, quando lei stessa aveva palesato la sua presenza, indirizzando loro la parola. Uno dei due alzo una mano ad indicare una grossa barca a nord rispetto a dove si trovavano. “Al pontile numero tre, ma ormai sta per salpare…” stava per sostenere che non avrebbe mai fatto in tempo ad arrivarci, ma la donna era già scomparsa nella nebbia.

Non aveva perso tempo ad uccidergli. L’avevano vista, ma solo l’essere vista non costituiva un pericolo per come la vedeva lei. Attirava certo meno l’attenzione di due cadaveri sventrati. Era questione di essere pratici. Non tutte le consorelle lo facevano volontiere, mettendo la fede al primo posto. Spesso erano quelle che non tornavano indietro.

Corse a perdi-fiato, sfruttando le forze che gli rimanevano dopo il lungo inseguimento. Erano quasi due settimane che inseguiva quel monaco. Avevano attraversato buona parte di Scoran, praticamente nel senso della lunghezza, da ovest verso est. Era stanca. Voleva dormire e mangiare. Il suo corpo lo invocava a gran voce in modo assolutistico.

Le vele della corvetta furono spiegate quando lei si avvicinava ormai al pontile. L’ancora era stata alzata da un pezzo cosi come la passerella che permetteva ai passeggeri di salire a bordo. I cavi che assicuravano la nave alla banchina a loro volta furono ributtate a terra, mentre la barca si allontanava dalla stessa spinta da alcune aste mosse dai marinai.

Quando la donna giunse nel punto in qui la nave era si era staccata, ormai la stessa era a diverse decine di metri dalla banchina. Sulla coffa poteva distinguere tranquillamente il capitano che impartiva i suoi ordini ai marinai. La marea stava iniziando a scendere e l’uomo stava cercando di sfruttare le sue correnti per allontanarsi dal porto. Forse aveva avvertito l’avvicinarsi di una tempesta che avrebbe flagellato la costa da lì ad alcune ore, ed intendeva essere lontano per allora.

Sulla coffa non vide solo il capitano, ma anche il monaco. L’uomo non sorrideva, ma anzi, si rivolgeva a lei. Poteva ancora leggergli le labbra, anche se ormai la distanza era limite. “Non sei ancora una di loro.Non sei ancora condannata dalla sorellanza alla loro non vita…” il resto si perse nella distanza.

Condanna, l’aveva chiamata. Premio era ciò che lei considerava essere a tutti gli effetti una consorella. L’essere accettata da loro avrebbe dato un senso alla sua vita. *Non alla mia vita, al mio esistere in questo mondo…* si corresse con ulteriore fastidio, mentre un marinaio le girava intorno. Era ubriaco e puzzava di alcol a basso costo. Il suo sguardo lascivo fu ulteriore ragione di fastidio per lei, prima che la donna gli rifilasse un calcio nelle parti basse, praticamente solo per sfogarsi.

La donna, in qualche modo, ottenne l’effetto desiderato. “Dov’è diretta quella nave?” gli chiese, sollevandogli il capo tirandolo per i capelli. Erano corti, ma lei riusciva a fare presa lo stesso.

“Alcor!” aveva risposto il marinaio nuovamente preda del dolore, come se quello ai gioielli di famiglia non fossero già sufficiente, gli sembrava di provare in anticipo i postumi della sbronza di quella sera, prima del tempo.

“Questo lo so! Dove ad Alcor?” domando lei stizzita.

“Non lo so! Sirius probabilmente! Quasi tutte le navi vanno lì…” replico l’uomo tentando di sollevare una mano per afferrare il polso della donna, dimostrando in ciò di stare iniziando a riprendersi dal dolore, lasciando posto alla rabbia per il fatto di essere umiliato da una donna. Questa non aggiunse altro, prima di picchiarlo alla tempia con l’elsa del pugnale ed allontanarsi. Non aveva più niente da fare in quel posto.

*****

Capitolo8: 004

Estezan era una piccola cittadina portuale come tante altre, fatte per lo più come approdo per i pescatori. Era nata cosi. Un gruppo di case che erano spontaneamente cresciute in una sorta di abitato sul fianco di una conca le cui pareti salivano dolcemente dal mare, formando dei terrazzi, cosi come lo erano i tetti delle case, piatti e spesso giardino oltre che terrazzo.

Non vi erano grandi case strappate ai fianchi delle colline in quel luogo. Solo alcuni degli edifici del centro urbano erano stati ampliati fino a potere ospitare alcune locande, quando a Sud era stata costruita la strada che portava alla dorsale e da lì alle città principali. Estezan era cosi diventata un porto frequentato dai traghetti che facevano la sponda tra Scoran verso Alcor, il vicino oltre il mare ad est.

Lei non aveva dubbi sul perché il monaco avesse portato la sua preda in quella città. Voleva mettere il mare tra loro. In mare non avrebbe potuto seguirli come faceva a terra. *Devo arrivare prima che salpino!* il pensiero era fisso nella sua mente. Certo, anche se il monaco fosse riuscito nel suo intento lei avrebbe sempre potuto ritrovargli, me questo gli avrebbe richiesto tempo. Molto tempo. Tempo che la sorellanza non sarebbe stata propensa ad offrirgli. Niente di nuovo. La sorellanza non offriva mai niente. A nessuno. Il fatto di essere sorella dell’eretica non faceva differenza. Certo, nel suo caso avrebbero di nuovo posto in dubbio la sua fedeltà, ma erano oltre dieci anni che lo facevano. Non era certo una novità. Già quando ci aveva parlato pochi giorni prima, la cosa era stata tirata in ballo.

Le consorelle gli avevano mandato i sogni, per annunciarle che desideravano conferire con lei. Una seccatura aggiuntiva l’aveva giudicata, pentendosi di tali pensieri. Erano pensieri che non avrebbero dovuto albergare in lei, di cui doveva alla fine purificarsi. La sera di quello stesso giorno, si era dovuta fermare al tramonto per compiere la cerimonia che gli avrebbe permesso di contattare le sue consorelle indifferentemente dalla distanza.

Aveva cacciato la prima creatura in grado di fornirle la quantità di sangue necessaria alla magia che intendeva usare. Nemmeno ricordava che animale fosse. Probabilmente una qualche capretta di montagna o simile. Non che importasse molto per lei. Era un sacrificio, anche se gli era stato rinfacciato che non era stato ucciso un essere senziente.

Le consorelle erano apparse, ombre scure nei loro mantelli che né coprivano i tratti. Non era durato. La sorellanza era composta solo di donne. Donne che usavano il proprio fascino come arma per giungere a servire meglio la loro oscura Signora.

“La tua lentezza nell’adempiere la missione è inutile alla sorellanza ed a te stessa.” Gli avevano detto. Non aveva replicato. Sapeva che era inutile. Si era limitata a non alzare il capo a stringere i pugni.

“Cosa ti trattiene?” come sempre era stata al sua maestra a parlare, a prenderne le difese in un certo senso.

“Non vengo trattenuta. Vengo intralciata!” aveva risposto lei non cambiando la propria posizione. La cosa aveva provocato uno scambio di occhiate tra le consorelle anziane. Era raro che mostrassero una qualche curiosità. Era un emozione indegna a loro modo di vedere.

“Chi ti intralcia?”

“Un monaco maledetto. Salt’hiusa!” replico lei. “Protegge la veggente, impedendomi di raggiungerla e catturarla. È instancabile. Si muove giorno e notte. Non dorme, non mangia… Usa la polvere degli spettri.” Era difficile nascondere le proprie emozioni. Non era mai riuscita a cancellarle. Se fosse stata onesta con se stessa avrebbe ammesso di non averci mai provato realmente, cosi aveva imparato a nasconderle agli altri, ma alle volte era difficile. Era arrabbiata.

Questa volta le reazione delle consorelle furono piuttosto evidente. Quel nome maledetto suscito in loro disprezzo e rabbia. “Quell’essere abominevole! Hai di fronte a te quell’essere blasfemo!” sbotto l’unica che aveva parlato, oltre alla sua maestra. “Devi compiere ciò che da tempo immemore avrebbe dovuto essere e mettere fine all’offesa da lui arrecato alla nostra signora. La sua immortalità è un insulto intollerabile! A nessuno è dato diritto di…”

Lei conosceva bene le tirate delle consorelle. Erano inutile con lei. Le prendeva ormai come un fastidio necessario da sopportare perché era una di loro. Altri che lei, avrebbero definito quei discorsi pure espressioni di fanatismo religioso quali, in effetti, erano. “Sentiamo che si avvicina al mare… comprendi quello che vuole fare, vero?” era intervenuta la maestra, cosi da non lasciare il discorso protrarsi inutilmente. “Vuole impedirti di seguirlo. Non sarebbe una cosa definitiva, ma è un tempo che non possiamo permetterci. Altri compiti ti stanno aspettando.” Aveva dichiarato la maestra, osservandola con gli occhi quasi invisibile, come coperti di una pattina bianca. Il segno della sua completa dedizione all’oscura Signora.

Ovviamente lo sapeva e loro, con le loro chiacchiere non facevano che rallentarla, ma non aveva risposto in simile tono alla domanda. Era stata l’anziana a capirlo da sola, ed era stata lei a sciogliere il concilio. Non dubitava che ci fosse stata una discussione anche dopo. La cosa non gli interessava. Aveva un compito che gli era stato assegnato nella attesa del compito che da anni aspettava. Quello di cacciare personalmente l’eretica.

La nebbia leggera non l’aiutava. Saliva in volute lente dal mare. Aveva pensato in un primo istante che fosse opera del monaco, ma se cosi fosse, avrebbe incontrato una parete quasi solida, laddove a tratti riusciva a vedere anche a decine, centinaia di metri. Malgrado ciò, la nebbia era un intralcio. Era carica dell’odore del mare, quasi la dea delle acque avesse deciso di dare la sua benedizione alla fuga della veggente.

La donna si nascose nell’ombra quando un paio di persone svoltarono da un angolo. Non aveva intenzione di essere vista, non prima di essere cosi vicina al monaco da poterlo accoltellare. Immortale o meno, poteva provare dolore. Di questo era sicura. Nel momento in cui si fosse indebolito, lei avrebbe fatto in modo che non riuscisse a rialzarsi per molto tempo, potendo portare la veggente alle consorelle come gli era stato richiesto.

Trovare e riportare la giovane ragazza era una delle prove di fedeltà che gli erano richieste ogni tanto. Non aveva mai fallito in quei compiti fino a adesso. Non intendeva cominciare in quel giorno o in quel compito.

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