Archive for Le quattro facce della Luna

Capitolo10: 005

“Si, anche i miei compagni sono fuori!” fu la replica, più preoccupata che piccata, di Elisabeth alle parole di rabbia dell’imperatore. Ragan non aveva un grande interesse in quei momenti per quelli che erano sì suoi salvatori, ma solo per gli amici e famigliari che erano fuori a combattere. Voltandosi scorse Ervin ferito ad una spalla, che protetto dal fratello, mentre uno dei soldati della sua guardia era del tutto scomparso, probabilmente morto. Keronte ed il giovane scudiero si erano piazzati con le spalle allo scudo innalzato dalla rossa. Una rossa che si era vista comparire praticamente dal nulla. Non l’aveva vista avvicinarsi, eppure se l’era ritrovata accanto.

Tornando ad osservare i compagni, scorse Verin, unico ancora a cavallo in quel momento, forte della propria esperienza, mentre un nano con un taglio al cranio impediva ad uno degli aggressori di colpire Keronte con una scimitarra, piantandoli uno stiletto nel fianco. Nel volgere nuovamente lo sguardo verso i gemelli, vide diverse frecce trafiggere i nemici a loro più vicini, offrendo ai due un attimo di riposo. La seconda guardia, invece, lottava con due avversari, facendo volteggiare le proprie lame a proteggere se stesso, mentre dietro di lui un lupo umanoide, che mostrava a sua volta diverse ferite da arma da taglio, provocava una vera e propria strage tra gli aggressori, portando il nobile ad avere paura lui stesso di quel salvatore.

 

“Erik…” Ragan si volto verso la rossa, seguendo poi il suo sguardo verso il boschetto da cui erano arrivate tutte quelle frecce, scoprendolo in fiamma, con quattro cavalli in fuga, mentre un uomo in armatura estraeva le proprie armi per combattere i nemici che erano andato a stanare colui che aveva portato morte tra le loro file dalla distanza. Lo stesso che il nano ed il lupo avevano invocato quando era apparsa l’idra.

L’imperatore torno a cercare con lo sguardo la donna che aveva visto allontanarsi da quello stesso boschetto per intercettare il mostro, trovando in campo non più solo un idra, ma due, che si trovavano ad affrontare anche due massicce creature grossi come buoi, dal manto lucido. *Ce…cerberi?* lo stupore dell’uomo nel vedere che ogni una delle creatura che la donna sembrava potere comandare senza problemi, possedeva tre teste canine, invece di una. Tre teste cui si andava ad aggiungere una coda simile ad un lungo e velenoso serpente. *Ma chi sono costoro?*

Un lampo esplose contro la parete arcana che lo separava dallo scontro, mantenendolo al sicuro, costringendolo a tornare ad osservare quella parte di scontro. Stava rapidamente perdendo il filo di quanto accadeva. “Da dove… cosa…”

“Si sente bene? È ferito?” chiese Elisabeth accanto a lui, iniziando a verificarne le condizioni osservandone gli occhi, che si stavano facendo vacui. Ragan scosse la testa cercando di schiarirsi le idee, ma il capogiro non fece che peggiorare. “Da quando ha quella…” l’uomo non riuscì ad udire il resto della frase della fanciulla prima di crollare sul proprio animale

 

Quasi in contemporanea la cavalcatura del generale fu colpita mortalmente a sua volta, crollando a terra portandosi dietro l’uomo, mentre grida d’esultanza eruttavano dalle gole degli avversari, prima che si lanciassero sul soldato per finirlo finche era a terra. L’avanzata degli Uomini Lucertola fu interrotta da Bred, che era saltato sopra all’animale abbattuto, descrivendo un arco orizzontale con la propria arma per allontanare gli avversari. “Questi non gli terrò lontani per molto da solo.” Ammise il nano. Anche con l’aiuto del generale e degli altri stavano facendo non poca fatica a salvarsi la vita.

Verin si rialzo ringhiando il proprio disappunto per la perdita del proprio cavallo, prima di girarsi per controllare il proprio signore. “RAGAN!” urlo con un misto di rabbia e disperazione nel vederlo accasciato a terra, apparentemente privo di vita.

“Guardati le spalle! Lui starà bene! Beth lo sta curando e non esiste guaritore migliore di lei!” commento il nano abbattendo la scure sulla gamba scoperta di uno dei rettiloidi.

L’uomo non era del tutto convinto, pure avendo scorto l’alone di luce attorno alle mani della fanciulla. Avrebbe preferito cercare di portare via l’imperatore da quella trappola, invece di dovere rimanere a combattere uno scontro apparentemente impossibile. Verin ricupero lo scudo iniziando a combattere a terra parando i colpi con esso e contrattaccando con la spada, a fianco di Bred.

Nuovi fischi ed urla vittoriose giunsero degli assalitori quando videro avvicinarsi due idre. I due animali si erano avvicinato senza fare particolari rumori, strisciando silenziose e letale fino alle prede. Entrambe innalzarono le teste al di sopra dello scontro prima di abbattersi su coloro che le avevano guidate fino a quell’imboscata, azzannando ed avvelenando gli stessi uomini lucertola, provocando terrore negli aggressori, quanto sgomento nei difensori.

Mara fece capolinea alle spalle dei due serpenti quasi fossero semplicemente dei cuccioli un po’ troppo vivaci. “Scusatemi, ma il loro domatore non voleva comprendere il mio punto di vista…” asserì senza entrare nei dettagli di come l’avesse convinto a cedere il controllo di quelle creature. Alle sue spalle, si mostrarono fieri di se i due cerberi, creature temute forse tanto quanto le stesse idre che stavano seminando morte e disperazione tra gli uomini lucertola, costretti a ritirarsi in un fronte comune, un gruppo compatto che si mosse ansimando, fischiando e bestemmiando.

 

“Bene! Ora va un po’ meglio!” sospiro Bred, approfittando del momento di calma per tergersi il sangue che gli scendeva sulla faccia dal taglio che un avversario gli aveva inflitto al cuoio capelluto. Non era l’unica ferita che aveva riportato, ma era senz’altro la più spettacolare, quella che dava l’illusione d’essere la più grave. “Sarà inutile, ma un tentativo…” aggiunse, più per se stesso. Tutti i membri della scorta dell’imperatore mostravano ferite di varie entità. Lo scudiero giaceva a terra, svenuto con numerose ferite. Reggeva ancora tra le mani quanto rimaneva dell’asta su cui erano state appese le armerie dell’imperatore, ma il legno era stato fracassato completamente ed il drappo non si vedeva più. Keronte, che gli stava vicino non era certo un guerriero, senza contare che già sembrava reggersi a malapena in piedi per conto suo. I gemelli Courag non sembravano messi benissimo, mentre il soldato della guardia imperiale aveva un braccio che penzolava inutilizzabile, sanguinando da numerose ferite. Verin era obiettivamente quello nelle condizioni migliori. Aveva solo qualche taglio superficiale alle braccia ed alle gambe.

“Avete fallito! L’imperatore è per voi irraggiungibile!” fece il nano, all’indirizzo dei nemici. “Ora, avete solo due soluzioni, scappare o arrendervi.” Era fin troppo spavaldo da parte sua come affermazione, ma i fischi delle idre ed i ringhi dei cerberi erano di per se ottimi deterrenti che avrebbero fatto indietreggiare molti. Eppure, non sembro che tra le file dei loro nemici si preparassero ad accettare il consiglio. Si scorgeva disperazione e rabbia in quelle creature. Dispiacere anche, ma non la viltà di chi ha perso la speranza di potere vincere.

Un corno suono dalle loro retrovie, lento e lugubre, cogliendo impreparati gli stessi aggressori. Non pochi tra loro si voltarono mostrando ora paura e rabbia verso quel suono, sbraitando nella loro lingua qualcosa che non potevano capire, mentre altri si lanciarono all’attacco con furia rinnovata, o forse con maggiore disperazione in quella carica priva di senso o strategia.

Capitolo10: 004

Qualcosa dovete venire avvertito dagli animali, perché iniziarono a sbuffare mentre salivano con un ritmo costante e le orecchie tese. Oppure, semplicemente in reazione alle emozioni dei loro cavalieri. La salita duro poco più di un minuto, ma durante questa i nervi d’ogni uno di loro si tesero, aspettando la freccia infida ed assassina che avrebbe loro tolto la vita senza possibilità di difesa, oppure lo scontro.

Malgrado si fosse promesso e ripromesso di non mostrare segni della propria indolenza, o qualsiasi altro segno che potesse fare capire ai suoi aggressori che sapeva quello che stava per succedere, Ragan porto la mano all’elsa della spada. Un riflesso, involontario, che scateno un immediata reazione. Il terreno sembro animarsi di vita propria, mentre da esso, forme verdi, quasi fossero erba, si alzarono per dirigersi in massa verso di loro con scimitarre sguainate e sibili minacciosi e corni di guerra, cui presto risposerò da tutta la pianura, non più gli allegri suoni dei nobili presi dalle loro festività, ma minacce di morte.

“Ecco gli!” ruggì Verin afferrando una delle mazze che pendevano dalla sua sella, pronto alla pugna, ma l’avversario a lui più vicino stramazzo al suolo con una freccia piantata nel cranio, seguito a ruota da un secondo e poi un terzo. Prima che un solo degli avversari fosse abbastanza vicino al gruppo da potere tentare di colpire, sei degli aggressori erano a terra colpiti da una morte annunciata solo da un sibilo nell’aria.

“Verin! Vedi cosa può fare un buon paio d’arcieri!” Commento Sargin prima di abbattere la propria spada sul cranio di un avversario mentre la propria cavalcatura sfruttava la propria stazza per fare rovinare a terra un altro degli uomini lucertola.

Il generale non rispose, concentrandosi invece sul menare colpi in quella massa brulicante in arrivo, apparentemente priva d’interesse per la propria incolumità. Non aveva mai incontrato creature simile prima di quel giorno, ma la descrizione fatta loro da Keronte era quanto di più veritiera. Esseri umanoidi simili a lucertole. Il più di loro vestivano semplicemente una specie di perizoma di pelle e qualche protezione di cuoio sugli arti.

*Ma quanti sono?* si chiese. Ogni dove volgesse lo sguardo gli pareva di vedere solo avversari, quasi avessero sfidato in otto un intero esercito.

“Generale!” lo richiamo Keronte. Voltandosi l’uomo si trovo a pochi centimetri dalla schiena una lancia, tenuta in pugno da un aggressore, dalla cui gola usciva una daga. Il militare dovete concedersi un ceno di ringraziamento all’indirizzo dello scriba. Non si sarebbe mai aspettato di vedere la propria vita venire salvata proprio da lui.

Sibili acuti e doloranti accompagnati da rumori crepitanti, gli fecero capire che i soldati della guardia dell’imperatore avevano iniziato ad impiegare non solo le loro armi, ma anche la magia, senza necessità di voltarsi in quella direzione. “Keronte? Dove sono questi rinforzi?” sbraito mentre perdeva la propria mazza, strappatagli di mano da un avversario a qui spacco il cranio direttamente con il pugno, mentre vedeva attorno a loro gli avversari farsi sempre più compatti.

“Arrivano!” replico semplicemente lo scriba, prima che una serie d’ombre calassero su di loro dall’alto. Lo scudiero fu il primo e forse unico sul momento a rendersene conto, sfruttando la lancia per trafiggere uno degli aggressori che si stavano calando verso Ragan, prima che una nuova salva di frecce andassero a colpire gli altri portando morte nei corpi cadenti.

Un ululato selvaggio e rabbioso azzittì gli aggressori, prima che una scheggia di pelliccia argentea piombasse in mezzo ad essi, scagliando decine d’aggressori per aria, come bambole di pezza che si fossero opposte ad un uragano nel pieno della propria furia. In mezzo ai rettili poi si mostro in tutta la sua stazza il demone Tokran, prima che qualcosa, o qualcuno iniziasse a sfruttare il momento di distrazione degli aggressori per colpire gli stessi. “Non sperare che si ripeta!” commento il licantropo prima di avventarsi su altre prede, squarciandogli con i propri artigli.

“Credimi, se ti dico che la cosa non mi abbia entusiasmato!” replico una voce di cui Ragan ed i suoi non poterono vedere il proprietario, ma solo seguirne la presenza per il semplice fatto di vedere guerrieri avversari cadere. Nuove frecce, simile ad una pioggia nera e mortale, arrivarono colpendo apparentemente nel mucchio degli avversari, portando scompiglio negli aggressori che non si erano attesi una simile resistenza dalle proprie vittime.

Gli uomini lucertola si ritirarono di un paio di passi, osservando con rabbia nella direzione dei nuovi venuti. “Mio signore, dovremo cercare di approfittare della situazione e cercare vantaggio!” se a parlare cosi a Ragan fosse stato uno dei consiglieri del palazzo, l’imperatore gli avrebbe ordinato di dimettersi, anche solo per il tono accondiscendente che tendevano ad usare in quei casi. A parlare, però, era stato Verin e non si trattava d’intrigo o di paura, ma di semplice logica da battaglia, laddove nelle file nemiche si stava già spargendo il seme di un nuovo attacco.

“Non so se sia una buona idea…” commento Ervin. Simili parole erano tanto inconsuete pronunciate dal cugino che Ragan segui il suo sguardo, nell’osservare con orrore l’avvicinarsi di una creatura che avrebbe volontiere evitato di affrontare con tanti nemici intorno. “Un idra… non è possibile… Hanno portato pure un domatore…” espresse per lui il parente, concludendo le parole iniziate poco prima.

“ERIIIIKKKK!” Un’unica parola, pronunciata con apparente indifferenza da quello che sapevano essere un nano, per bocca di Keronte, ed il demone buono Tokran, quasi la presenza dell’idra fosse tutt’al più una seccatura, mentre riprendevano ad attaccare gli uomini lucertola portarono un ulteriore momento di smarrimento nell’imperatore e nella sua scorta.

L’invocazione dei due non trovo al risposta che si erano aspettati, giacché le frecce continuarono a piovere sugli aggressori in modo quasi ininterrotto, mentre Ragan scorse sulla collina di fronte alla loro una donna uscire allo scoperto. Il suo sguardo per un istante incrocio quello della donna, che gli rivolse un sorriso tranquillo, mentre si dirigeva verso l’idra, con passo sicuro, adattando il proprio passo per intercettarla prima che questa potesse entrare nello scontro. Uno sguardo ed un sorriso che gli sembrarono dare forza, quasi da essi potesse trarre la forza necessaria a vincere lo scontro.

“Vostra altezza dovrebbe stare ferma un istante!” Una voce, femminile anche essa lo trasse fuori dai propri pensieri, scoprendo accanto a lui la presenza di una giovane dai capelli rossi che stava intrecciando un incantesimo. Dai segni delle mani capi che era uno scudo, ma erano tanto complicati da non permettergli di carpirne la natura.

“I miei compagni…” tento di parlare Ragan prima che attorno a lui una cortina lattiginosa si innalzasse separandolo dal resto del mondo, bloccando brutalmente l’assalto di un paio di uomini lucertola. “I MIEI COMPAGNI?” ruggì un attimo dopo, rivolto alla fanciulla, notando che nessuno di essi era all’interno di quella protezione arcana, deciso ad uscirne lui stesso per offrire loro sostegno.

Capitolo10: 003

Il ragazzo osservo perplesso il proprio imperatore. Ignorava perché fosse stato scelto proprio lui per compiere quel lavoro, ma lo riteneva un onore. In quella giornata, socialmente impegnativa per i membri più importanti dell’impero, era stato incaricato da fare da porta bandiera, impugnando la lancia di frassino e metallo cui erano appesi le armerie dell’imperatore.

Quello che rendeva perplesso il giovane erano state le scelte dell’imperatore. L’obbligo fattogli di indossare l’armatura, quasi stesse andando in guerra, mentre sia il suo signore sia il suo seguito erano loro stessi pesantemente armati. Era quasi sicuro di avere scorto una cotta di maglia sotto ai vestiti dello scriba Keronte, cosa che gli sembrava ancora più fuori luogo, soprattutto se si considerava che con loro c’erano solo due soldati, se si escludevano i cugini dell’imperatore ed il generale Verin.

Capiva che erano a caccia, ma allora perché nessuno di loro cercava una preda? Perché non avevano portato i cani e soprattutto gli archi? Non avevano giavellotti, ma armi da scontro. Avevano attraversato la pianura in poche ore, mantenendo un ritmo non indifferente, quasi stessero andando ad un appuntamento più che a caccia. Eppure, in diverse occasione aveva scorto un cervo che gli precedeva, dirigendosi nella loro stessa direzione nella propria fuga.

Keronte accanto a lui, sempre preso dalle sue pergamene stava leggendo quasi freneticamente un testo, laddove ogni passo della cavalcatura rischiava di fargli perdere il filo dello scritto. “Ho verificato in ogni mio documento, ma proprio le tribù più vicine dovrebbero essere a Xetan o a Timusos.” Proferì infine l’uomo cogliendo di sorpresa il giovane scudiero, sottraendolo ai suoi pensieri.

“Allora perché stanno venendo a portare scompiglio fino a qui?” chiese di rimando il vocione di Verin. Alto quasi due metri per oltre cento chili di muscoli temprati da un numero di battaglie cui nessun altro generale era sopravvissuto, senza ritirarsi alle retrovie. Sprizzava rabbia nelle proprie parole, ma confermarono al ragazzo che di fatti non stavano andando a caccia, o per lo meno non della solita selvaggina, non di quella che avrebbero riportato a casa gli altri nobili.

“Le mie pergamene mi dicono molte cose, ma ciò che in esse non è scritto, non me lo possono dire!” replico lo scriba, sconsolato, lanciando un occhiata a Ragan. L’imperatore si era fidato ciecamente delle parole dello scriba quando questo gli aveva parlato dei quattro araldi di MadreLuna, basandosi sull’abilità di Keronte di valutare e conoscere le persone dopo un solo incontro.

“Niente c’impedisce di catturarne uno per cercare delle risposte…” commento allegramente Ervin Courag, prima di cercare l’occhio buono del gemello, che confermo con un simile sorriso sulle labbra. “…ehi, ragazzo! Non fare quella faccia!” commento all’indirizzo del portabandiera.

Anche il generale si volto ad osservarlo. “Ma qualcuno si è degnato di spiegargli a cosa stiamo andando incontro?” chiese imbronciato, notando lo sguardo sperduto del fanciullo. Gli altri presenti si guardarono perplessi, con espressioni che dicevano a tutti ‘ma non toccava a te?’. Verin scosse la barba dal taglio leonino. “Non stiamo andando a caccia ragazzo! Stiamo andando ad un imboscata, un imboscata di cui dovremo essere noi le vittime!”

“Però, saremo noi a fargliele vedere!” dichiaro Sargin Courag, posandogli una mano sulla spalla. “Potrai dire che nella tua prima battaglia hai protetto le spalle all’imperatore. Non male come carriera.” Aggiunse il guercio, come se si parlasse di una festa.

“Sempre che sopravviviamo…” furono le parole un po’ tetre di Ragan. Aveva fatto al sua scelta e non lo rimpiangeva, aveva ordinato alla sua guardia personale di suddividersi tra i vari nobili in modo da offrire loro protezione. Era stato lui stesso ad informargli di quale sarebbe stato il loro dovere, di qual era il pericolo che si correva. Qualcuno aveva protestato perché egli stesso si sarebbe trovato quasi privo di protezione in uno scontro dove sarebbero stati in chiaro svantaggio numerico. Ragan non aveva voluto sentire discussione. Non erano solo presenti i nobili, ma anche le loro famiglie, pure non avendo incontrato Elisabeth, aveva sentito da Keronte la richiesta della ragazza, che egli stesso approvava completamente.

L’imperatore lancio uno sguardo verso i soli due soldati che si era portato dietro. Entrambi erano cavalieri viverna, tra i migliori soldati di tutto l’impero, uomini capaci di combattere sia con le armi, sia con la magia. Uomini che in quel momento erano privati del loro alleato migliore, la loro cavalcatura. *Anch’io vorrei che Saratin fosse qui…* penso tra se l’uomo, reprimendo un sorriso all’immagine della viverna femmina che gli era stata affidata sottoforma d’uovo quand’aveva ancora solo dodici anni.

“Non mi piace sentire parlare in questi toni cugino!” dichiaro Ervin, impuntandosi sul proprio animale, uno stallone dal manto grigio.

“è vero che non bisogna sottovalutare un nemico…” prosegui Sargin all’indirizzo del portabandiera. “…ma sempre e comunque, pensare che si riuscirà ad uscirne vivi se ci si impegna!” dichiaro con tono da professore.

“Poi, si ottengono delle ottime storie da raccontare alle pulzelle!” aggiunse Ervin.

“Tu non racconti nemmeno gli eventi alle ragazze! Te le inventi!” controbatté il gemello, punzecchiando il fratello. “E sì che né hai pure bisogno, considerando quanto successo hai con le ragazze.”

Ragan non presto particolare attenzione al battibecco che segui tra i gemelli. Non provava desiderio dell’ebbrezza dello scontro. Combatteva per necessità e cercava di farlo bene solo per riportare i suoi alla vittoria e la propria vita a casa. Non ché avesse qualcosa di particolare, una moglie o dei figli da qui tornare, nonostante i suoi quasi trentasei anni, cosa che faceva dannare molti consiglieri del palazzo, secondo cui il trono necessitava di un legittimo erede.

“Sei preoccupato mio signore?” chiese Verin accostando il proprio cavallo a quello dell’imperatore. Lo conosceva sin dalla nascita. Era stato generale già sotto al regno del padre di Ragan. Era stato lui stesso a dargli i fondamenta di scherma e di lotta a corpo a corpo, l’aveva visto da bambino diventare ragazzo e poi uomo.

“Oggi morirà della gente, la mia gente, perché il mio impero è sotto attacco da un nemico di cui ignoriamo le ragioni, un nemico che ci sta attaccando direttamente in casa. Ritengo di avere delle buone ragioni per preoccuparmi…” commento l’uomo, portando per un attimo la mano all’elsa della spada, quasi a volere rassicurare se stesso della sua presenza al proprio fianco.

“I gemelli hanno detto qualcosa di giusto, una volta tanto, potremo catturare qualcuno dei nostri aggressori, sempre che questa storia sia vera.” Il generale era stato l’unico a sollevare alcune perplessità in merito alla fondatezza della minaccia, prima di piegarsi agli ordini. Per lui, anche coloro che sarebbero stati mandati a proteggere l’imperatore avrebbero potuto essere gli stessi assassini che dovevano uccidere il suo signore. Qualcuno diceva che pensava sempre per il peggio, ma lui si sarebbe solo definito come prudente. Preferiva ricevere piacevoli sorprese che delusioni. “Sempre che sopravviviamo…” aggiunse, un attimo dopo, ad anticipare il suo signore.

“Stiamo arrivando!” commento Keronte interrompendo ogni velleità di discussione tra i presenti, mentre i cavalli iniziavano ad affrontare il fianco di una collinetta in cima alla quale tre castani dalle verdi fronde vivevano pacifici.

Capitolo10: 002

Il mattino che segui vide un timido sole presentarsi sulla pianura di Orian, riscaldando l’acqua che durante la notte si era depositata su ogni cosa fino a formare un velo di rugiada. Il suo calore aveva già iniziato a riscaldare l’ambiente portando la stessa rugiada ad evaporare formando una nebbiolina bassa e consistente che formava un manto simile ad un secondo strato erboso, un fumo trattenuto a se dalla forza della terra stessa, mozzando ogni suono che dal suolo si fosse innalzato.

Quattro paia di occhi si aprirono contemporaneamente nell’udire il richiamo lontano di un corno di caccia, suonato da un araldo per dare inizio alle festività ed alla prima giornata di caccia della corte dell’imperatore. “è iniziata!” commento Bred, tranquillo, ancora nella propria coperta, nel volgere il proprio sguardo in direzione del suono che ancora perdurava.

“E noi non abbiamo trovato né il luogo dell’agguato, né abbiamo idea di come agire!” replico Elisabeth, presa da un improvviso attacco di panico, mentre si alzava guardandosi in giro, come se di punto in bianco avesse avuto una qualche possibilità di trovare risposta a tutte le sue domande da un qualsiasi elemento attorno a se.

“Veramente un’idea di come agire, credo di averla avuta.” Commento sornione Bred, mentre a sua volta osservava in giro in modo calmo e sistematico.

“Se cerchi Tokran è partito in esplorazione circa un’ora fa!” dichiaro Erik, individuando l’oggetto della ricerca del nano. Il giovane si era accorto che l’altro si era allontanato in un mezzo sonno, dopo avere finito il proprio turno di guardia. Se l’era aspettato, perciò era rimasto in un mezzo sonno, fornendo in ogni caso, una mezza sorveglianza anche in quella ora che non gli toccava.

Mara scosse la testa, un po’ per scacciare l’umidità che si era andata ad annidare tra i capelli, un po’ per il comportamento del lupo mannaro, capace di fare di testa sua in qualsiasi situazione, lasciandogli potenzialmente esposti. Eppure, lei stessa, forse inconsciamente, aveva teso i propri sensi nel sonno. Se fosse stata onesta con se stessa, avrebbe ammesso di esserselo aspettato fin dall’inizio che avrebbe fatto cosi.

“Non è un problema! Posso spiegargli la sua parte di piano quando torna. Non ha quella che è la più complicata. Quella tocca ad Erik.” Commento il nano, mentre si alzava e muoveva leggermente all’indietro il busto per sciogliere i muscoli indolenziti per il terreno su cui aveva dormito.

“Bene! Allora, direi che puoi anche passare subito a spiegarmela!” dichiaro la voce del demone come se provenisse dalla nebbia stessa intorno a loro. La sua figura animalesca fuoriuscì dalla nebbia tale un fantasma prendendo Elisabeth di soprasalto. “Ad ogni modo, ho trovato il posto!” affermo il lupo. Quella nebbiolina gli aveva permesso di cacciare inosservato le loro prede, giungendo fino alla zona in qui si trovavano acquattati nell’attesa del loro bersaglio. “Non è stato molto difficile! Hanno lasciato delle tracce questa notte, mentre prendevano posizione. Il vento mi aveva portato il loro odore.” Dichiaro, andandosi a sedere su una pietra, per estrarre della carne da una borsa.

“Si sono spostati in base alle notizie avuto su quale sarebbe stato il terreno di caccia dell’imperatore!” quella del nano non fu una domanda, ma un’affermazione.

“Si, probabile. Di sicuro, si sono nascosti bene. Senza il loro odore, avrei rischiato di capitare loro addosso senza accorgermene. “Sono a circa mezz’ora da qui, verso Est.” Aggiunse, indicando la stessa direzione da qui lui stesso era giunto.

“A piedi o a cavallo?” chiese Bred.

“Mezz’ora buona a piedi miei. Un’ora per un nano a passo normale!” replico il demone senza rifletterci troppo. L’aveva calcolato al ritorno.

Il guerriero approvo con un ceno della testa. “Ci conviene rimanere qui ancora per un paio di ore allora.” Annuncio, mentre a sua volta prendeva qualcosa da mangiare. Mara gli imito senza problemi, seguita poi da Erik.

Solo Elisabeth aveva lo stomaco nei calcagni, tanto da non avere particolare desiderio di mangiare. Anzi, trovava quasi sconveniente la facilità con cui gli altri lo facevano. Guardava Erik quasi con stizza, forse rendendosi conto di essere l’unica che si stava ponendo problemi di sorta. “Come fatte ad essere cosi tranquilli?” chiese alla fine esasperata.

“Non siamo tranquilli! O per lo meno, io non lo sono.” Rispose proprio il ragazzo. “Semplicemente, a stomaco vuoto non miro particolarmente bene. È una questione di essere in grado di affrontare lo scontro. Cioè, nemmeno io ho voglia di mangiare, ma mi sforzo per avere le energie necessarie…” dichiaro. Non gli parve che ci fosse una particolare logica dietro le sue parole, semplicemente non aveva altro da dire in proposito.

Guardando Mara e Tokran la rossa non ricevete risposte tanto diverse da quella del cacciatore. Solo Bred trovo qualcosa da aggiungere. “Inoltre, se devo morire, voglio farlo a stomaco pieno!” dichiaro prima di addentare un altro boccone.

La rossa si rassegno, ma per quanto ci provasse, ogni volta che avvicinava qualcosa alla propria bocca, l’unica cosa che otteneva, era la sensazione che il proprio stomaco le stesse risalendo in bocca, togliendogli ogni appetito.

*****

Capitolo10: 001

Quella notte vide i cinque cavalieri attraversare la pianura di Orian come cinque spettri ignorati da tutti. Sembro quasi che le guardie fossero misteriosamente state avvertite di non farsi vedere, perché non videro nessuna di esse, nessun drappello che ispezionasse la pianura, laddove semplicemente i pattugliamenti erano stati sospesi per non terrorizzare la selvaggina.

La luna giunta alla sua prima metà crescente illuminava loro la strada insieme a poche sporadiche stelle, trasformando la zona in una versione in tonalità di grigi che toglieva vita all’ambiente. L’erba, le foglie, le pietre, loro stessi. Tutto appariva loro quale un insieme di grigi freddi e distanti, cose separati da vaste distese di tempo congelati in esso. In quella calma quasi innaturale, i cavali si dimostrarono come i loro alleati più preziosi, intuendo le necessità di fretta di coloro che sulla loro forza e velocità stavano facendo affidamento.

Kran da sempre era al fianco di Elisabeth, un animale che quasi mai era stato spinto a dare il massimo di se laddove mai la sua padrona né aveva avuto necessità, preferendo le passeggiate in compagnia della giumenta, quella notte fece onore al suo nome che si voleva riferito a Kranel, il cavallo che trainava il mondo attraverso il tempo, facendolo scorrere sul mondo stesso. La giumenta si dimostro pari se non superiore ai colleghi, allenati da anni di servizio nel trasportare persone da un capo all’altro del paese come cavalli in affitto, nel mantenere il loro stesso ritmo, quando non lo superava nei loro momenti di stanchezza.

Poche furono le pause che si concessero nell’attraversare quella pianura apparentemente sconfinata, giungendo al lato nord della stessa poco dopo mezzanotte, mentre le montagne erano corse loro incontro alla stessa velocità dei cavalli, crescendo fino a coprire l’orizzonte come una coltre invalicabile nell’oscurità. Un impressione dovuta al buio. Né erano coscienti, poiché Le cosiddette Lame di Ghiaccio che separavano quelle terre dalle Terre Ignote si trovavano a centinaia di chilometri più a nord rispetto alla loro posizione. E nemmeno loro si erano rivelati invalicabili. Lo stesso Bred le aveva attraversate ben due volte, all’inizio del proprio viaggio quando aveva lasciato il proprio paese oltre un anno prima.

Solo allora Erik fece fermare il proprio destriero osservando la zona. Ogni avvalonamento gli sembrava uguale a quello accanto, simile e diverso, ma mai uguale a quello da lui ricercato. Silenziosamente, il giovane innalzo una preghiera a MadreLuna perché trovasse il posto, prima di tornare ad osservare la zona, scotendo la testa sconsolato.

“Se non è qui, la cerchiamo altrove.” Dichiaro Mara tranquillamente.

“Forse non è una buona idea…” intervenne Bred, osservando la zona. “Di sicuro quei figli di serpe devono essersi piazzati ormai. Se è cosi, la presenza di estranei gli potrebbe innervosire al punto di fargli scattare prima del tempo.” Commento. “Ci ho riflettuto mentre venivamo qui… E credo che dovremo aspettare il giorno.” Disse il guerriero, attirandosi occhiatacce da Mara, ma fregandosene. Era quello con la maggiore esperienza militare. Toccava a lui fornire loro una strategia.

“Cosi perderemo tempo prezioso!” dichiaro Mara, senza particolare tono nella voce, quasi lei stessa stesse valutando l’opportunità di una pausa, dando una pacca al colo della propria cavalcatura, che riprendeva respiro, felice egli stesso di quella pausa imprevista.

“Non siamo sensati affrontargli prima di domani, basandoci sulla visione.” Bred stava metodicamente analizzando ogni depressione del terreno che entrasse nel proprio campo visivo. “Dunque, andargli a stuzzicare non è una buona idea… Passatemi la mappa!” il nano porse la mano in modo vago, non ricordandosi chi l’aveva intascata dopo l’incontro con Keronte. Ricevendola da Erik, il guerriero la aprì osservandola alla luce della luna, strizzando gli occhi per leggerla. Non era l’ideale, ma studiarla prima di vedere la zona non gli sarebbe stato di aiuto. Ogni tanto, il nano rialzava lo sguardo sulla zona, confrontandola con la mappa. *Chi ha fatto questa mappa non ha fatto un gran lavoro!* penso tra se. Non era giusto da parte sua, giacché la stava consultando al buio, non scorgendo il lavoro compiuto dal cartografo, ma bastava per i suoi intenti. “L’imboscata è più ad est!” annuncio infine, ripiegando la mappa, prima di restituirla ad Erik.

“Come fai a dirlo?” volle sapere la danzatrice, mentre Elisabeth osservava in quella direzione. Davanti ai suoi occhi, la scena dello scontro e delle morti si era parato come un oscuro incubo. Sapeva dal resoconto di Erik che sarebbe stato una bella giornata, ma nella sua immaginazione, il cielo era pieno di nuvole nere e rosse, come il fumo sputato da un vulcano. Una scena da incubo.

“Perché il corso d’acqua che abbiamo superato alcuni minuti fa forma una perfetta delimitazione dei territori di caccia. Ci sono praticamente in tutta la pianura. Questo significa che siamo vicino al limite della zona che l’imperatore percorrerà. Il nobile che si troverà nella zona di caccia che abbiamo appena attraversato sarebbe troppo vicino. Potrebbe cercare di venire in aiuto del suo signore se l’agguato fosse troppo vicino.” Spiego Bred, mentre riprendeva ad osservare la zona, in cerca di un posto in cui avrebbero potuto sostare loro.

“Questo sempre che gli uomini lucertola…” Elisabeth sì interrupe, realizzando il sottinteso. “Pensi che qualcuno fornisca loro delle informazioni, vero?” la ragazza non sembrava né offesa, né sconvolta, ma solo triste all’idea. Un altro tradimento.

“Non possiamo escluderlo, purtroppo. Se sono penetrati all’interno della barriera che hanno innalzato qua intorno… bhe… informazioni devono averle per forza di cose…” dovete commentare Bred, mentre avviava tranquillamente il proprio cavallo verso una macchia di alberi dal tronco lucido come argento sotto al luce della notte.

La guaritrice non disse niente. Non aveva niente da aggiungere. Accendere un fuoco era fuori discussione. Ci sarebbe stato poche differenze tra l’andare dagli uomini lucertola ed accendere un fuoco. Avrebbe segnalato la loro presenza. Tokran fu sul punto di ripartire in avanscoperta, prima di venire fermato da Mara. “Hai bisogno di riposo!” dichiaro lei, quasi perentoria. “La visione di Erik non gli ha mostrato tutto lo scontro. Non sappiamo quanta fatica potremo fare.” Dichiaro lei.

Di malavoglia, il lupo mannaro dovete accettare tale stato di fatti, andando a coricarsi leggermente distante da loro, coprendosi con una coperta. Bred lascio tutti loro addormentarsi prendendosi il primo turno di guardia. Il nano, per quanto sapeva pericoloso fosse, tenne spesso gli occhi chiusi, mentre cercava di immaginarsi al battaglia, creando nella propria mente una serie di schemi militari, tanto complicati quanto inutili.

Lui era un guerriero addestrato a muoversi con altri come lui, ma non era cosi per gli altri. *Devo trovare qualcosa di più semplice! Qualcosa che possa funzionare per noi…* dalla visione sapeva che lui e Tokran si sarebbero buttati nella mischia mentre Erik avrebbe bersagliato da lontano. Era semplice, ma non sapeva che cosa avrebbero fatto le due donne. Bred si arrovello il cervello nel cercare uno schema finché la danzatrice non si sveglio per dargli il cambio, costringendo anche lui ad andare a riposarsi. Il nano si addormento ad una velocità che avrebbe sorpreso anche lui, se avesse potuto rifletterci sul momento, lasciandolo sprofondare in un sonno tranquillo.

Capitolo9: 005

“Ma allora, come si fa a curarlo?” domando Erik.

“Ancora non lo so.” Il quesito era stato semplice, ed altrettanto era stata la risposta di Elisabeth. “Non riesco nemmeno a capire se la malattia sia di natura arcana o virale.” Ammise la fanciulla.

Il silenzio scese nella stanza. Un silenzio che tutti avrebbero voluto rompere, ma che nessuno trovava modo di infrangere senza sembrare fuori luogo o superficiale. Alla fine, fu qualcuno che niente sapeva della sfortuna dell’elfo a rompere la maledizione di quel momento, bussando quasi rabbiosamente alla porta. “Aprite, in nome dell’Imperatore!”

Le reazioni a quelle parole furono assai diverse tra i presenti. Elisabeth non capiva il tono. Erik era sconsolato e si vedeva già in prigione. Tokran non reagì per nulla. Mara sembro sul punto di uccidere l’impertinente che aveva osato disturbargli, mentre il nano si alzo tranquillamente per andare ad aprire. Leliandar, invece, fu curioso.

“Ma bussare semplicemente, no eh? Non siamo sordi!” esclamo il guerriero, trovandosi davanti l’uomo dalla livrea ricamata con un motivo che gli riporto immediatamente alla mente Garrison.

“Ho ordini da parte dell’imperatore! Dovete accompagnarmi all’interno della zona di caccia immediatamente, da mastro Keronte perché vi comunichi ulteriori informazioni.” Il soldato non sembrava avere minimamente ascoltato le parole del nano.

“E questo è positivo o negativo?” volle sapere Bred. Il soldato alzo un sopraciglio, non capendo la domanda, ma non replico, se non con uno sguardo interrogativo rivolto a tutti loro.

“I cavalli sono pronti e sellati!” intervene Leliandar, sorridendo. “Mi ero aspettato che né avreste avuto bisogno quando ho visto le guardie.” Aggiunse sotto voce, prima di dirigersi verso la porta per uscire.

“Ricordi…”

L’elfo interrupe le parole della guaritrice prima ancora che potesse iniziare la frase. “Sisi! Lo so! Niente magia!” Il soldato ancora una volta alzo il sopraciglio perplesso, ma non commento. Non gli sembravano fatti connessi ai suoi compiti. Inoltre, vide uno dei presenti tornare con tre borse, di cui che lancio al nano ed ad un giovane in armatura. Una delle donne scomparve in un’altra stanza, tornando a sua volta con una logora borsa da viaggio.

Senza aggiungere una parola, né rivolgere uno sguardo a coloro che incontrava per strada, il soldato gli riporto all’ingresso dove trovarono i cavalli ad attendergli. Le altre guardie che erano state poste tutt’intorno alla locanda si mossero a riformare un gruppo compatto, che prese ad allontanarsi per conto proprio, avendo finito il proprio compito. “Positivo?” chiese Erik al nano.

“Non è detto! È un buon modo per fare abbassare la guardia…” commento il vecchio guerriero, mentre risaliva tranquillamente sul dorso dell’animale. Aveva sviluppato una certa abilità nel farlo, cosi da non dovere chiedere sempre aiuto agli altri.

Nei pochi minuti che occorse loro per seguire il soldato all’interno dell’area che sarebbe stata testimone della Caccia di Primavera, il nano ebbe comunque sentore che qualcosa stava accadendo. Era più qualcosa che coglieva istintivamente, non riuscendo a scorgere vere differenze, se non il passaggio di diversi messaggeri a cavallo che si dirigevano nella direzione opposta alla loro.

Il soldato della guardia gli guido da prima verso l’accampamento militare, deviando poi leggermente per passare ad est dello stesso, in mezzo tra questo ed i quartieri dei nobili, che si trovavano anche più a sud, puntando deciso verso alcune macchie di alberi.

Una nave passo a bassa quota, spaventando gli animali con la sua ombra, prima di allontanarsi verso est per permettere ai suoi passeggeri di scendere dalla stessa raggiungendo i loro pari grado, mentre loro proseguivano verso il riparo offerto dagli alberi.

Tokran annuso l’aria, scotendo la testa, mentre s’inoltravano in mezzo ad essi. In mezzo agli alberi, il buio era nettamente più fitto, quasi la notte fosse già giunta sotto le loro fronde, permettendo una vista scarsa in ogni direzione, fino a giungere nella parte di esso più lontana rispetto ai quartieri dei nobili.

Là, lo scriba passeggiava impazientemente nell’attesa. L’erba schiacciata indicava chiaramente quanti passi avesse compiuto in quel posto. “Vai soldato!” ordino ancora prima che si fossero fermati. L’uomo non fece domande, ma volto il cavallo per allontanarsi.

Solo quando l’uomo fu sparito alla vista lo scriba estrasse dalle vesti un rotolo di pergamena. “Se incontrate qualcuno sulla vostra strada, soldati o simili che vi chiedono qualcosa, mostratela! Il sigillo sopra dovrebbe bastare.” Dichiaro, porgendolo ad Elisabeth. “La zona che mi avete descritto è quella più a nord ovest della pianura. Non so esattamente quale, ma quasi sicuramente gli aggressori sono già penetrati in quei territori…” dichiaro, fermandosi, come se stesse riflettendo a quello che stava effettivamente dicendo.

“E noi siamo diretti lì!” completo il nano.

“Si! Non so cosa farà l’imperatore, ma mi ha detto di fornirvi tutti gli accessi necessari per compiere la vostra missione.” Confermo Keronte.

È nel suo interesse. È normale!” commento Tokran, privo di turbamento all’idea di andare a cacciarsi in mezzo ai nemici, sapendo ora che tali non sarebbero stati anche quelli che erano venuti a salvare. Lo scriba lo fisso senza parlare, diviso tra il fastidio per il modo in cui si parlava del suo signore e la fretta che gli era stata imposta nel compiere quelle azioni.

“È stato deciso qualcosa per la gente?” chiese invece Elisabeth.

Keronte scosse la testa. “Lo ignoro! Tutto ciò che so, è che mi è stato ordinato quanto vi ho detto e poi tornare dal mio signore, lasciandovi massima libertà d’azione nel compiere quanto riterrete necessario.” Annuncio, iniziando ad allontanarsi. Lo seccava dovere ripetere le stesse cose in un frangente del genere.

Erik sospiro. “Temevo ci sbattessero in prigione come dei matti…” ammise il ragazzo, ancora udibile dall’uomo che si allontanava, ignaro del suo amaro sorriso.

“Potrebbe essere peggio.” Dichiaro Mara. “Pensa a ciò che incontreremo laggiù!”

“Niente! Prima del momento dell’attacco, non incontreremo niente!” rispose il cacciatore, mentre avviava il cavallo. Avevano tutta la pianura da attraversare prima dell’alba, trovare il luogo, ed infine, se ancora avevano tempo, riposarsi un po’. Nella sua visione non sembravano avere subito precedenti attacchi. Si basava su quella.

*****

Capitolo9: 004

“Hai idea della sciocchezza che hai appena fatto?” chiese Mara non appena furono soli.

Il nano alzo le spalle. “Gli ho promesso di raccontargli tutto se fosse un moribondo.” Commento, disinteressato a quanto aveva da dire la donna.

“Allora lo hai pure fatto consciamente?” sbuffo lei. “Hai dato la tua parola, perché questo era secondo la sua gente e…” Bred sì volto verso di lei respirando pesantemente. Non s’innervosiva facilmente, ma in quel caso, stava cominciando a perdere la pazienza.

“Ti ricordo ragazzina che ho cinque volte la tua età, dunque, prima di cercare di farmi la lezione su come funziona il mondo, faresti bene a ricordartelo! Primo! Secondo; si, sono cosciente di quello che ho fatto e con o senza il tuo permesso l’avrei fatto. Tu puoi credere che siamo fortissimi perché investiti da una qualche missione dagli Dei, ma siamo mortali. Non credo che rifiutare a priori l’aiuto che ci è offerto al di fuori di noi stessi, sia cosa buona!” i due si fissarono in cagnesco per un momento, senza che nessuno si mostrasse particolarmente disposto ad abbassare lo sguardo.

“Credo che stavolta abbia ragione lei Bred.” Tokran parlo con tono laconico, di chi deve ammettere quasi a malincuore una cosa sgradita. “Sei stato avventato. Non dico che tu abbia fatto male, solo che sei stato avventato.” Preciso subito. “Non sappiamo poi molto di quell’elfo per affidargli i nostri segreti.”

“Se veramente è cosi malmesso… Ma perché lo riteniamo già moribondo di preciso?” chiese Erik, con la massima semplicità. “Elisabeth lo curerà! Non c’è bisogno di preoccuparsi.” Aggiunse.

“Ti sbagli! Gli elfi non hanno molte malattie, ma quasi tutte sono mortali nel modo più assoluto. Non esistono cure alle malattie degli elfi.” Davanti all’ingresso della locanda, visibile dalla finestra da cui il demone stava osservando la zona circostante, la gente passava più per curiosità del perché ci fossero le guardie che per reale necessità.

“Si, ma Elisabeth…” Bred non lascio il tempo al cacciatore di finire la frase.

“È umana! Può essere brava quanto vuoi, ci saranno sempre delle cose che non saprà fare.” Dichiaro. *Com’è giusto che sia del resto…* ma quest’ultimo pensiero lo tenne per se. Non trovando niente da replicare, sempre più sconsolato si lascio completamente andare sulla poltrona.

“Questo, però, non vuole dire che Leliandar non potrebbe in cambio di cure… diverse…” il tono di Mara non piacque per niente a Bred, ma c’era poco da fare. Sapeva come sarebbe proseguita la frase. Cosi come riteneva inutile cercare di fermarla. Lei avrebbe detto quello che pensava. Lo faceva sempre, senza curarsi di inimicarsi qualcuno. “…potrebbe rivelare ciò che tu vorresti dirgli!”

“Servirebbe a qualcosa se ti dicessi che non mi pare il tipo?” domando il nano ironicamente. “No, non servirebbe. Tu diffidi di tutto e tutti a modo tuo. Inoltre, lo conosco solo da poche ore, però, ricorda che non conoscevo nemmeno te che eri sospettata un incantatrice e nonostante ciò non mi pare di avere fatto poi tanti problemi ad accoglierti tra noi.” Non diede particolarmente peso a quelle parole, ma la donna si chiuse a riccio. “Questo solo per spiegarti che alle volte solo offrendo fiducia agli altri, la si può ricevere. Tu, nell’aggregarti a noi, ci hai offerto fiducia! Non è molto diverso.” Il nano aveva invertito il discorso in base alla reazione di lei, ma non sembro convincere la danzatrice.

“Scusate, ma oltre alla diatriba, informare Leliandar o meno, non credete vi siano altri problemi che sarebbe più importanti affrontare?” Nuovamente Tokran si propose quale voce della ragione, o quale paciere nella diatriba.

Mara sospiro, scotendo il capo. “E sia! E speriamo che Elisabeth possa fare qualcosa per lui, senza disperdere tutte le proprie forze come sarebbe capacissima di…” Questa volta la testa li ricade sul petto. Ormai, se cosi era, Elisabeth avrebbe già iniziato e difficilmente si sarebbe fermata senza uno scontro con loro. Di questo era sicura.

“Risolverebbe il problema del dirglielo, ma in effetti, non ci aiuterebbe per niente. Entro al fine della Caccia di Primavera ci sarà bisogno della sua abilità di guaritrice per gente che si troveranno nell’urgenza…” Il nano e la donna erano tornati ad essere d’accordo su qualcosa. “Cos’è successo con lo scriba?” domando infine, rivolgendosi al cacciatore.

“è successo che lui non può decidere niente di niente, ma solo chiedere all’imperatore. E noi siamo stati pregati di tornare qui e tenerci pronti…” sbuffo il ragazzo, fissando il soffitto. “…con tanto di guardie fuori dalla locanda come se potessimo essere noi gli attentatori…” aggiunse con un sorriso amaro.

“Bhe, ma non è cosi male!” commento il nano, ritrovando la propria allegria, almeno in superficie. “Non vi ha fatto rinchiudere come dei pazzi, no?”

“Questa, potevi anche risparmiartela!” Il demone si volto verso di loro, alzandosi dalla finestra. “Sapete, Leliandar aveva ragione! Siamo gli unici a vedere oltre la palizzata di protezione… Direttamente verso l’accampamento dei nobili…” fece, lasciando in sospeso tali parole.

Nessuno degli altri parlo, aspettando che si decidesse a completare, giacché erano certi che altro ci fosse. “E c’è un messaggero che sta correndo a rotta di collo verso di noi. Da quando siamo arrivati, non c’è mai stato qualcuno che avesse fretta da questa parti…” aggiunse. “Cavallo grigio, uniforma ed insegne della guardia personale dell’imperatore addosso. Non avrò gli occhi di Erik, ma so osservare.” Dichiaro.

“Cosa ti dicevo?” il cacciatore osservo il nano, ma non sembrava crederci.

“Non credo che alcuno tra noi abbia disfatto i bagagli, dunque, non vedo ragione di preoccuparci. Scopriremo in fretta se il nano a ragione.” Mara si sedete a sua volta. Non avendo di meglio da fare.

Elisabeth torno poco dopo. “Allora?” volle sapere Bred. Dall’espressione di Leliandar, nemmeno a lui era stato comunicato il responso.

“Allora, non so…” rispose la fanciulla. “Non ho mai visto niente di simile, né immaginavo che fosse possibile una malattia del genere.” La spiegazione a suo modo era stata chiara nell’esprimere il fatto che brancolasse nel buio.

“Cioè, non sai se sei in grado di curarmi e di conseguenza non sei in grado di esprimere un giudizio se i tuoi compagni debbano o meno raccontarmi la vostra vicenda.” L’elfo sorrise bonariamente. Non si era fatto molte speranze.

“Dipende quanto lei intenda impegnarsi in quello che sto per chiederle!” replico la ragazza. Il locandiere alzo un sopraciglio perplesso, invitandola con un gesto della mano a proseguire. “Lei non deve più fare ricorso alla magia! A nessuna, nemmeno la più piccola! È quello che la sta uccidendo!” Nella stanza scese un silenzio tombale.

Lo stesso Leliandar sembro avere delle difficoltà a mandare giù il boccone. “Credo di non avere capito…”

Elisabeth sospiro. “Evitando di farle una lezione di magia, dove probabilmente né saprà più di me, sarà certamente a conoscenza del fatto che la magia è la capacità di usare l’energia che compone la realtà alterando la stessa. Questa è la base della magia, poiché tutti noi siamo parte della realtà, tutti abbiamo questa possibilità. Il problema, è che proprio il suo legame con la realtà viene meno ogni volta che usa la magia. Lei non sta morendo, sta uscendo da questo piano di esistenza per una qualche ragione che io non riesco a capire. Solo che il suo corpo non è fatto per simili passaggi ed è questo ad ucciderla.”

Erik e Bred si lanciarono un occhiata, mentre Tokran e Mara continuarono a fissare Elisabeth. Chiaramente la cosa gli sembrava assurda. La rossa si volto verso di loro, prima di tornare a fissare il locandiere. Questo si porto la mano al volto, ad indicarne lo stato. “I-io… non capisco…” era stato da un numero enorme di cerusici e guaritrici di vario genere, ma nessuno di loro aveva mai chiamato in causa una simile possibilità. “…la magia elementale che pratico non ha mai ucciso nessuno suo utilizzatore…”

Elisabeth sospiro. “Non è la magia ad ucciderla. Sono i suoi contro-effetti! Lei usa principalmente le arti della terra…” dichiaro, con un tono che chiedeva un ammissione da parte dell’altro. “…e questo la porta a muoversi inconsciamente tra i vari piani dell’esistenza per manipolare li elementali della terra…” la ragazza alzo una mano, passandola sulla pelle dell’elfo, ritirandola con un misto di sangue e piccoli elementi scuri. “…anche senza usare la magia dovrebbe essere in grado di riconoscere…” la ragazza gli mostro il dito.

“Il mio sangue con dei minerali dentro…” sospiro lui. “…ogni volta né fondo un po’ con me…”

Lei confermo con un ceno del capo. “Il problema a questo punto è scoprire il perché questo accade, ma per quello mi occorre del tempo.” Spiego lei.

Il volto di Leliandar si rabbuio. “Ehy, non prendertela troppo con gli altri guaritori. Elisabeth è una spanna…” L’espressione che il locandiere offri a Bred lo fece zittire, cosa non semplice. Ormai, nemmeno gli sguardi neri più assassini di Mara non ci riuscivano più.

“Perdonami amico nano…” espresse poi l’elfo dopo un momento a ricuperare la calma. “Non ce l’ho con i guaritori che mi hanno visitato, ma con quelli della mia gente. Loro certamente sapevano! Si sono limitati a dirmi, vai per la tua strada e vivi il mondo sapendo che questo mi avrebbe accorciato la vita.” Commento egli, acido. “Quanto tempo se continuo ad usare la magia e quanto senza?” chiese poi.

Elisabeth scosse la testa. “Con un esame cosi superficiale, non sono in grado di dirlo. Non più di qualche mese nel primo caso, non più di un paio di anni nel secondo senza cure adatte, sempre che esse siano possibili…”

“Scusa, ma non è possibile estrarre la terra e curare i danni?” domando Erik, proponendo di fare una cosa non dissimile da quanto fatto con la madre di Elisabeth.

“No, purtroppo, in questo caso, la magia fa si che i corpi estranei siano legati al corpo, facendoli risultare come naturali. Se cercassi di fare una cosa del genere, la morte sarebbe immediata!”

Capitolo9: 003

Lo scriba torno a sedersi, osservandolo con attenzione come se volesse decidere, ma non fosse sicuro. L’uomo chiuse gli occhi, estraniandosi al mondo lasciando i due giovani a fissarlo e scambiarsi sguardi nell’attesa di qualche sua parola. “Uomini lucertola…” sussurro lo scriba, respirando profondamente. “…perché?”

Anche Erik ed i suoi compagni se lo erano chiesti, più e più volte, trovando sempre una parete d’ignoranza a separargli dalla risposta a quel quesito. Keronte riporto nuovamente lo sguardo su di loro, ma non disse una parola. Gli guardava, ma senza vedergli. Non era lì con la mente, portando ulteriore disagio nei due giovani.

“La caccia non sarà annullata, qualsiasi cosa io dica… L’imperatore mi ascolterebbe certamente, ma non gli altri nobili.” Commento infine, alzandosi e dirigendosi verso l’ingresso della tenda, scostandone un lembo per osservare quanto avveniva fuori, il viavai di persone ed animali. La sua tenda si trovava in una zona relativamente tranquilla. Lo scriba noto con la coda dell’occhio uno degli uomini della guardia imperiale, uno di quelli che, nascosti, proteggevano lo scriba ed i documenti in suo possesso ad insaputa di tutti. Alle volte trovava seccante la loro presenza, ma non quel giorno.

“Dovrò parlare con l’imperatore…” disse infine, voltandosi verso di loro, apparentemente non avendo ancora deciso niente. Lo scriba sollevo una mano a bloccare le parole in bocca ad Erik. “Sono solo uno scriba e ci sono limiti che non posso travalicare.” Spiego. “Tornate alla locanda e tenete pronti i vostri bagagli, nel caso foste chiamati.” Aggiunse, aprendo la tenda.

L’invito ad andarsene era evidente. Il colloquio era finito. “Proverete almeno a fare qualcosa per la gente?” tento comunque, Elisabeth.

“Questa decisione non spetta a me… Mi dispiace.” Replico lo scriba facendo un gesto per chiamare uno dei garzoni. “Vai a chiamare una portantina per…”

“Preferirei andare a piedi se per lei è lo stesso…” intervene la rossa.

Keronte l’osservo per un istante perplesso prima di sorridere. “Tale quale a come Connery ti ha descritta…” disse, prendendogli la mano per un istante.

“State bene?” chiese lei, notando il viso diventato più pallido e contratto in una leggera smorfia di dolore.

“Non è niente bambina. Sono cose che mi capitano alle volte…” disse, senza convincere nel modo più assoluto la guaritrice. Aveva avvertito qualcosa che non andava, ma non avrebbe saputo dire cosa. Eppure, la sensazione si ripresento quando lo scriba strinse la mano ad Erik, salutandolo. “…farò quanto in mio potere…” assicuro.

I due aspettarono di essere lontano per parlare, solo per scoprire un drappello di guardie che si presento attorno a loro. “Lord Keronte ci ha chiesto di assicurarci che tornaste alla locanda senza fastidi alcuno.” Dichiaro il capitano, privo di interesse per il compito o per loro.

*Forse Elisabeth non ha avuto una grande idea…* si disse il cacciatore. La richiesta della fanciulla poteva essere stata fraintesa come una volontà di non proseguire fino alla barriera, ma di andarsene all’interno del territorio di caccia. Una serie di dubbi simili continuarono ad assalire il giovane, mentre ripercorrevano indietro la strada verso il villaggio itinerante.

Ripensava alle parole dello scriba, cercandovi speranza, ma la sua mente si soffermava su altre cose. *Ha detto che Elisabeth avrebbe superato Connery…* eppure proprio una di queste gli fece vedere un balurme di speranza. *… e lui riuscirebbe a stendere questi uomini senza problemi… sempre che lo scriba sia conscio di quest’abilità da parte di Connery…* dovete pensare un attimo dopo.

I soldati gli accompagnarono oltre l’ingresso nella barriera arcana, fino alla locanda stessa, ponendo altri dubbi al cacciatore. Pensieri tetri che ben poco avevano di piacevoli. Leliandar gli accolse gioviale. “Vi porto su qualcosa?” La rossa volle solo del tè mentre Erik decise di accontentarsi di quanto avrebbe trovato su, sperando che ci fosse qualcosa di forte da bere.

“È andato malissimo!” dichiaro entrando nelle stanze a loro riservate. Non lascio nemmeno il tempo agli altri di chiederlo. Scoprì che non c’era quasi più niente da bere, ma si lascio cadere su una poltrona, incredibilmente stanco, considerando che poco aveva fatto in quel giorno. Il pomeriggio stava già giungendo alla fine, ma niente avrebbero potuto fare.

Quando Mara guardo verso di lei, anche Elisabeth scosse la testa. “Non so… credo ci abbia anche creduti… ma non so se possa realmente fare qualcosa…” dichiaro lei, meno categorica del giovane.

L’elfo giunse pochi istanti dopo con il tè richiesto dalla guaritrice. “è successo qualcosa?” domando il locandiere, notando le loro facce lunghe. “Lo chiedo perché ora ci sono guardie che controllano chiunque entri nella mia locanda e né vorrei sapere il perché…” dichiaro egli.

“E non chi esce?” si preoccupo di informarsi Mara. L’elfo scosse la testa negativamente. “Allora non so dirle se sia un bene o un male…” commento la danzatrice.

“Controllano qualcosa in particolare?” volle sapere Bred.

“Se i miei clienti hanno armi e la loro specie. Come se la cosa avesse tutta quest’importanza!” sbuffo il locandiere, prima di tornare a guardargli. “Non avete risposto alla mia domanda. Perché ciò accade? Desidero saperlo.” Il tono era allegro, in contrasto con le espressioni dei presenti.

“Leliandar, capiamo il suo desiderio…” affermo Elisabeth, prima di sfiorarlo involontariamente, ritraendosi di colpo. “Ma lei sta male!” esclamo la fanciulla, osservandolo.

L’elfo alzo le spalle. “Abbastanza da non temere molte conseguenze…” in quelle parole c’era accettazione del proprio fatto, come se ormai fosse da molto tempo che aspettava che la propria malattia facesse il suo corso. Una fine che, dalle sue parole, si poteva intuire come definitiva anche per l’elfo.

“Ehy! Orecchie a punta, Elisabeth è una gran guaritrice!” intervene Bred, non gradendo questa reazione di fronte alla malattia. “è molto più brava di quanto lei stessa non ammetta! Anzi, questo è il gruppo di quelli che non riconoscono le proprie capacità!” commento allegro, senza guardare qualcuno in particolare. “Magari, lasciala darti un occhiata…” suggerì infine.

Leliandar sorrise alla rossa. “Non è da parte mia che incontrerà opposizione, ma qual ora non fosse in grado di curarmi, mi racconterete cosa vi porta qui?” chiese all’indirizzo di tutti.

“Certo!” Bred parlo ancora prima che gli altri potessero reagire. Mara lo fulmino, mentre Erik sospettava un qualche trabocchetto.

“Allora sia!” acconsenti il locandiere, invitando la guaritrice a scegliere lei dove visitarlo. Questa lo porto in quella che era la stanza dove lei e Mara avrebbero dormito, chiudendo la porta alle proprie spalle.

Capitolo9: 002

L’odore di carta ed inchiostro assalirono le narici di Erik, non appena fu all’interno. Per quanto fosse pieno giorno, diverse candele illuminavano l’interno della tenda, concedendo in questo la massima leggibilità delle pergamene. Eccetto un letto posto in fondo alla grande tenda, quasi tutto lo spazio era occupato da una scrivania e da un mobile ove riporre i documenti.

L’atteggiamento di Keronte cambio in modo drastico non appena furono all’interno. “Mia cara, ho finalmente il piacere di conoscerti di persona!” sorrise all’indirizzo di Elisabeth, facendo un passo in avanti per accoglierla con calore in un abbraccio. “Il tuo maestro mi ha spesso parlato di te nelle sue lettere e della tua bravura. Sei fonte di grande orgoglio per lui.” Sorrise lui, cordiale. Un sorriso che illumino il volto dell’uomo marcando le rughe d’espressione. Doveva sorridere spesso perché erano quelle maggiormente presente sulla sua faccia. I capelli ormai grigi per l’età non toglievano vitalità, ma contrastavano con la pelle abbronzata, molto più di quella che il cacciatore si sarebbe aspettato da un uomo che passava il suo tempo sulle pergamene e sui libri.

Il cacciatore non capì questo cambio di atteggiamento, cosi osservo la reazione di Elisabeth. Sembrava più che altro in imbarazzo. “La ringrazio.” Si limito a rispondere questa.

“E tu, devi essere lo straordinario arciere che ha fatto quel tiro da trecento metri…” dichiaro, voltandosi verso Erik con un profondo inchino del capo, a mostrare rispetto a chi aveva compiuto simile impresa. “…è un onore conoscerti.” Affermo, porgendo la mano ad Erik, che senza togliersi il guanto che proteggeva la mano, gliela stringere senza esitazione. L’uomo storse per un attimo le labbra, ma non commento. “Mi è stato comunicato che avete un messaggio per me da Connery. Deve essere importante se ha mandato voi e non un comune corriere.” Dichiaro

“A dire il vero, ignoriamo il contenuto della lettera, anche se possiamo avere qualche idea in merito…” replico lei, estraendo la stessa dallo scrigno dove teneva tutte le sue cose, quello scrigno che Keronte aveva evidentemente riconosciuto, per poi porgergliela.

“Allora l’hai superato…” dichiaro l’uomo dell’impero, osservando ancora per un istante il cofanetto quasi con meraviglia, prima di fare un’espressione contrita. “Sono un pessimo ospite. Ricevo quasi sempre solo soldati che mi presentano rapporti… Sedetevi. Volete qualcosa?” offri dopo avere indicato una copia di sedie di legno.

I due si sedettero rifiutando l’offerta, prima che lo scriba si sedesse dietro la scrivania per leggere la lettera. “Cosa intendeva prima…” lo sguardo della ragazza andava da Keronte al dono di Connery.

“Un giorno, il tuo maestro ha detto che te l’avrebbe regalato…” dichiaro, indicando lo scrigno. “…il giorno in cui tu saresti diventata più brava di lui. Non avermene a male, ma ho creduto che questo non sarebbe mai accaduto. Non pensavo potesse esistere un guaritore più bravo del tuo maestro…” dichiaro con un sorriso, mentre pronunciava una parola all’indirizzo della pergamena. Non era la prima volta che Connery gli mandava una lettera speciale. Il sigillo di cera si sciolse senza che nessun calore fosse impiegato, confermando l’origine della missiva.

Le sopraciglia dello scriba si sollevarono all’inizio della missiva, fino a quando sì suoi occhi non si sgranarono del tutto, sollevandosi dalla missiva ai due davanti per tornare alla stessa lettera un attimo dopo. Non sembrava credere alle parole che vi erano scritte. “È… Corrisponde al vero? Siete veramente… i paladini di MadreLuna?” chiese. Elisabeth scosse la testa, indicando poi Erik.

Keronte sembro letteralmente sprofondare sulla propria sedia, respirando un paio di volte prima di raddrizzarsi. Era abituato a conoscere ogni evento dell’impero, positivo o negativo che fosse. Spesso gli capitava di dovere prendere egli stesso delle decisioni che avrebbero messo in gioco delle vite. Aveva imparato ad affrontare imprevisto di una certa portata. “In questa lettera, Connery mi chiede di fornirvi tutto l’aiuto che mi sarà possibile…” annuncio, lasciando poi le parole in sospeso.

Elisabeth si fece piccola, facendo un segno ad Erik di parlare. In fondo, era lui ad avere ricevuto l’incarico di proteggere l’imperatore, era a lui che la visione era stata affidata. Il ragazzo si senti molto stupido mentre spiegava quanto aveva visto nella visione. Temeva di essere preso per pazzo e che l’aiuto che gli sarebbe stato offerto, sarebbe stato quello di un ospizio per i folli.

Keronte non rise, né si distrasse un istante ascoltando ogni parola, ma tenendo per se le proprie domande. “Togliti i guanti!” ordino perentorio. Erik non capì, ma fece quanto gli veniva richiesto, mentre lo scriba si alzava per osservarne il palmo.

Lo scriba non disse una sola parola, mentre tornava a sedersi dopo avere osservato le mani del giovane. “C’è verità in quello che dicci.” Annuncio. Elisabeth ed Erik si guardarono per un attimo pensando la stessa cosa. “Nono, non leggo le mani, o i tracciati su di esse come quelle sedicenti veggenti delle fiere!” ridacchio l’uomo. “Diciamo che ho i miei modi per sapere se qualcuno mente.” Affermo.

“Parlami ancora della tua visione, in particolare della geografia…” richiese poi, alzandosi per prendere una mappa della zona in cui si trovavano, togliendo quanto si trovava sul tavolo per poterla distendere.

Erik esito un istante. “Non avveniva al centro della pianura, ma su uno dei lati, perché le montagne non erano molto distanti.” Spiego, osservando la mappa di Orian dall’alto. “Eravamo su due collinette… Quella su cui si trovava l’imperatore aveva pochi alberi, ma grossi… Antichi direi.”

Lo scriva prese un pezzo di legno che intrise in un liquido nerastro diverso dall’inchiostro, ma ugualmente nero, indicando una serie di punti della mappa, tutti vicino al bordo della stessa. “Altro?” chiese.

“Noi, invece, eravamo al limite di un boschetto, composto da alberi più giovani…” Erik esito un istante, mentre cercava di ricordare i particolari. “il sole era abbastanza alto, dunque, direi che era mezzo giorno… Ma questo non mi permette di dire in quale direzione cardinale stessimo guardando…”

“Muschio?” suggerì lo scriba, ricevendo un ceno negativo dal cacciatore. Non né aveva visto, e nemmeno rivivendo nella propria mente la visione, né scorse. “Hai detto di avere sentito i cani ed i corni. Sapresti descrivermi le direzioni da qui provenivano rispetto a voi… ” il volto del ragazzo espresse tutto il suo dubbio. “…mettiamo che tu guardassi verso nord e ti trovassi al centro di un ipotetica stella dei punti cardinali… Prova a dirmi da dove arrivavano i rumori maggiori. Davanti? Dietro? Ai lati?”

“Dietro e sul mio lato destro.” Erik non ebbe esitazione. Keronte in risposta indico una concentrazione di punti sulla mappa.

“Stavi guardando verso Nord per davvero. I territori di caccia di ogni nobile sono già stati definiti. Solo quelli dell’imperatore verranno decisi da lui stesso solo all’ultimo momento.” Spiego lo scriba. “Questo vuole dire che vi trovavate nella zona Nord Ovest della pianura…” aggiunse, sospirando. “C’è nient’altro che ti salti agli occhi? Una pietra? La forma di una montagna… qualsiasi cosa…”

Il giovane sospiro, calandosi nuovamente nella visione. Non aveva fatto caso a dettagli simili le volte precedenti, ma nemmeno rivivendo per l’ennesima volta la visione, gli si rivelo un qualche dettaglio importante. Alla fine, scosse la testa. “No, mi spiace.” Dovete dire. Non c’era nient’altro che potesse dire.

Capitolo9: 001

Bussarono leggermente alla porta di quello che era un vero e proprio salotto privato. Bred non si era aspettato un simile lusso da stanze che erano state fatte crescere con la magia. Certo il nano avrebbe preferito pareti di solida pietra rispetto al legno che componeva apparentemente ogni base dell’ambiente o dei mobili. Persino le vasche da bagno, per quanto apparentemente composte di un unico pezzo, erano di legno liscio e scuro.

Dopo essere stato fatto entrare, alcuni garzoni portarono sul tavolo il pranzo che era stato richiesto dal nano, che si strofinava le mani, soddisfatto dell’odore. I due giovani rimasero un istante a fissare Erik quando questo entro, rivolgendogli sguardi deferenti, mentre si allontanavano. “Ma che gli è preso?” chiese il giovane.

“E lo chiedi pure?” il nano stava valutando quanto era stato loro portato. C’era anche più di quanto da lui ordinato. Leliander aveva saputo prima ancora di Bred dell’impressa compiuta dal cacciatore. Né era stato più che soddisfatto. Anzi, felicissimo. Risultava che lui e Tallahas non fossero grandi amici. L’oste sembrava conoscere abbastanza bene l’altro arciere, da poterlo definire un rospo che si gonfiava per assomigliare ad un drago.

“Si, ma era solo un tiro con l’arco. Scommetto che a breve qualcun altro farà di meglio…” commento il giovane, mentre ripassava il panno che aveva usato per asciugarsi i capelli sugli stessi.

“Se lo dicci tu…” Tokran lancio uno sguardo verso la porta della stanza delle due donne. “La carne sta raffreddando!” rivolse loro.

“Ma come? Avete già finito il vostro di bagno?” Quale delle due donne avesse parlato, difficile dirlo.

“Noi iniziamo!” fu la replica del licantropo, mentre si serviva di carne in modo quasi esclusivo, andando poi a mettersi vicino alla finestra, per osservare l’esterno. Se il lupo era stato monotematico nella sua alimentazione, non altrettanto fu per gli altri due, seppure loro piluccarono nell’attesa delle due donne.

Avevano quasi finito di mangiare quando qualcuno busso nuovamente alla porta. “Milady. Mi chiamo Conrad, sono un messaggero dello scriba Keronte.” Si presento un adolescente che aveva fatto scorrere il proprio sguardo sui presenti. “Sono venuto con una portantina per accompagnarla dal mio signore.” Aggiunse con un inchino. La risposta dello scriba non si era fatta attendere a quanto pareva. “è invitato anche la sua guardia del corpo, Erik Lorez.” Il paggio non aveva mostrato particolare interesse per la comunicazione precedente, ma ora, il suo sguardo percorse i presenti, cercando di individuare quale tra loro potesse essere il giovane.

“Lady Elisabeth ha bisogno di un momento per prepararsi.” Intervene Mara, offrendo un tacito invito al paggio ad uscire dalla stanza. Questo non fece discussioni. Era abituato a ricevere simile trattamento ed a dovere aspettare davanti a porte del genere per un tempo che variava da pochi minuti a diverse ore.

Questa volta l’attesa duro pochissimo tempo. La rossa che aveva individuato precedentemente, rivolgendo un nuovo inchino alla stessa. Poi, osservo chi la seguiva. Poco prima aveva visto Erik, ma senza l’armatura gli era sembrato quasi che fosse un suo coetaneo. Aveva creduto che l’arciere fosse colui che se né stava in disparte alla finestra, ad osservare fuori con disinteresse per quanto avveniva all’interno. “Da questa parte…” gli invito, scendendo.

Davanti alla locanda una portantina di legno sostenuta da due assi di legno gemelle l’aspettava con una porta aperta per lasciarla accomodare. Quattro soldati nettamente più grossi di Erik sollevarono il mezzo di trasporto portandosela in spalla, una volta che lei si fosse accomodata, mentre il giovane le camminava accanto, preceduto dal paggio.

“Non mi sento a mio agio ad essere portata in questo modo…” dichiaro la guaritrice mentre oltrepassavano le guardie che impedivano l’accesso alla zona di caccia. “…mi sembra quasi di umiliare quegli uomini…” aggiunse.

Erik sollevo le spalle a comunicarle che non avrebbe saputo cosa risponderle. Si sarebbe sentito cosi anche lui a dovere stare nella sua posizione. Non importava dei cuscini, del velluto o del modo in cui la gente guardava la portantina passare. Anzi, quest’ultimo elemento era forse quello che peggiorava di più le cose.

Nemmeno lui si sentiva molto a suo agio nella propria posizione. Era abituato a guardare la nobile in faccia, entrambi a cavallo. Provava un certo fastidio in quel cambio di posizione, nell’essere ricacciato al rango di servitore. Proprio lui che spesso non si considerava al proprio posto in mezzo ai nobili.

La zona di prateria che separava la barriera arcana ed il campo dov’erano stati innalzate le tende del seguito militare dei nobili fu attraversato dopo oltre una decina di minuti di cammino. Durante il tragitto erano passati vicino al campo d’atterraggio delle navi volanti, potendo osservarle più da vicino. La descrizione che aveva ricevuto Erik non discordava molto dalla realtà. Sembravano barche con le ali, sovrastate da un otre piena. Ogni una di esse mostrava le insegne del casato cui appartenevano, del nobile che avevano accompagnato in quei luoghi, in modo non dissimile da quello dei cari che avevano scorto al villaggio itinerante. Il giovane si sorprese delle dimensioni di alcune di esse, comprendendo perché Bred gli avesse assicurato che potevano anche trasportare truppe. Ve n’era una di dimensioni tali che avrebbe potuto tranquillamente ospitare un piccolo villaggio, per quanto né poteva vedere il cacciatore.

Dovete affrettarsi a seguire la portantina, che era proseguita oltre, mentre a sua volta Elisabeth aveva osservato stupefatta le varie imbarcazioni presenti. Le linee affusolate di alcune, in contrasto con la durezza delle forme di altre. Non differentemente dal suo accompagnatore, anche lei si chiese come funzionassero, come oggetti cosi pesanti potessero sollevarsi in quel modo dal suolo, a cosa potessero servire quelle ali sui fianchi delle imbarcazioni? Sospettava che avessero funzioni non dissimile di quella che avevano per gli uccelli, sbagliando di poco laddove a sollevare le imbarcazioni era il calore arcano incanalato nei palloni sopra alle navi, mentre le ali servivano per offrire forza propulsiva grazie ad un particolare sistema di scritture che relazionavano le ali con l’aria stessa. Le ali si aprivano come una tapparella ed in misura di quanti scompartiti si aprivano la nave poteva viaggiare più o meno velocemente. Lo stesso sistema era adoperato per dirigere la nave.

“Ecco Keronte!” dichiaro Erik senza la minima esitazione quando scorse l’uomo fuori da una tenda. Indossava una tunica rossa bordata d’argento, insieme ricca nei materiali e semplice nella sua confezione. Non vi erano orpelli inutile nel vestito. Solo un medaglione che pendeva da una catena, anch’essa d’argento, indicava il suo ruolo ed il suo grado. Stava discutendo con un giovane soldato che mando via non appena scorse l’avvicinarsi della portantina.

Il viso dell’uomo sembrava corrucciato, quasi non fosse felice di vedergli arrivare. Non si mosse minimamente finche la portantina non fu nuovamente a terra ed Erik non aprì la porta alla nobile. Questa scese dal mezzo con soddisfazione. Stava cominciando pure a rimpiangere di avere mangiato. Aveva un leggero colorito verdastro. “Grazie!” dichiaro ai portatori. Non doveva accadere spesso che venissero ringraziati, perché i quattro uomini sorrisero di rimando.

“Venite dentro.” Intervene freddamente lo scriba precedendogli all’interno della tenda, il cui ingresso era presidiato da un unico soldato.

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